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  • Al funerale dell’ebreo polacco Raphael Lemkin morto a New York il 28 agosto del 1959 ci furono solo sette persone, come capita per la maggior parte degli uomini giusti che vengono dimenticati per l’ingratitudine umana.

    Eppure Lemkin è stato uno dei grandi protagonisti della Storia, che ha allertato il mondo già nel 1933 contro le minacce di Hitler agli ebrei; che, fuggito dalla Polonia dove tutta la sua famiglia fu assassinata, cercò di convincere l’amministrazione americana a dare un nuovo indirizzo alla guerra per salvare gli ebrei; che dopo la guerra fu l’artefice della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio che venne approvata nel 1948 alle Nazioni Unite.

    A Lemkin dobbiamo la stessa creazione della parola genocidio che non esisteva nel lessico politico e che rappresenta un ibrido tra la parola greca “genos”, stirpe, usata da Platone nella Settima lettera e dal latino “cidio”, uccidere. Voleva che questa parola fosse sulla bocca di tutti come un marchio di un prodotto di largo consumo che tutti ricordassero a memoria e che avesse il valore di un nuovo comandamento: non commettere un genocidio. E che in nome di questo comandamento si unissero tutti gli Stati del mondo affinché non si ripetesse una nuova Shoah.

    Saggista e scrittore, Gabriele Nissim autore del podcast, è fondatore e presidente della fondazione Gariwo, la onlus che si occupa della ricerca delle figure esemplari dei Giusti. Nel 2003 ha promosso a Milano la costruzione del Giardino dei Giusti di tutto il mondo, e in seguito la campagna che ha portato alla proclamazione della Giornata europea dei Giusti, il 6 marzo, istituita dal Parlamento euro-peo nel 2012, e all’approvazione da parte del Parlamento italiano, nel dicembre del 2017, della legge che istituisce la Giornata dei Giusti dell’umanità. Nel 2018 è stato nominato dal presidente francese Macron Cavaliere dell’Ordine Nazionale al Merito «per il suo impegno al servizio della memoria e delle relazioni tra i nostri due Paesi» e nel 2021 commendatore della Repubblica dal presidente Mattarella. Has scritto per Rizzoli “Auschwitz non finisce mai”.

    A cura di Francesco De Leo. Montaggio di Silvio Farina.
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  • Vi raccontiamo la storia di Juan Carrito, l’orso bruno marsicano morto il 23 gennaio 2023 su una strada che conduce al cimitero di Castel di Sangro, nell’Aquilano d’alta quota, dove un’auto lo ha travolto. Diventato famoso per le sue scorribande alla ricerca di cibo nei paesi dentro e fuori dal Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, è un esemplare di 150 chili, uno dei quattro cuccioli gemelli di mamma Amarena, nato nel Parco nazionale quattro anni fa.

    La storia del plantigrado, un orso confidente e fin troppo abituato alla presenza dell’uomo, narrata da Luciano Sammarone, direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Catturato più di un anno fa e spostato sulle pendici boscose della Maiella, l’animale tornato libero era rientrato in breve nella zona che già conosceva. Intorno al collo, così da non perderne le tracce, aveva un collare con gps.
    In base ai recenti censimenti, sono rimasti poco più di 50 esemplari di questa specie; attraverso i progetti dell’Unione europea, l’impegno era di raddoppiare l’area della specie e il numero di individui presenti entro il 2050.

    “Ho appreso con grande dolore la notizia dell’investimento mortale di Juan Carrito, l’orso marsicano più famoso e amato d’Abruzzo”, commenta il presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio: “La sua perdita rattrista non solo l’Abruzzo ma il mondo intero che ha scoperto l’Abruzzo e la bellezza degli orsi attraverso i numerosi video che lo ritraevano sin da cucciolo con i suoi fratelli e l’orsa Amarena”.

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  • Il 16 gennaio 2023 è stato arrestato il capomafia Matteo Messina Denaro nella clinica Maddalena di Palermo, in cui era in cura. “Mi chiamo Matteo Messina Denaro”, ha subito detto rivolgendosi con fare arrogante al carabiniere del Ros che stava per arrestarlo. “Abbiamo catturato l’ultimo stragista responsabile delle stragi del 1992-93”, sono state le prime parole del procuratore di Palermo Maurizio De Lucia. Per Storiainpodcast, il giornalista e saggista Giovanni Bianconi, traccia il profilo del boss.

    Figlio del vecchio capomafia di Castelvetrano Ciccio, storico alleato dei corleonesi di Totò Riina, Matteo Messina Denaro era latitante dall’estate del 1993, quando in una lettera scritta alla fidanzata dell’epoca, Angela, dopo le stragi mafiose di Roma, Milano e Firenze, preannunciò l’inizio della sua vita da Primula Rossa. “Sentirai parlare di me – le scrisse, facendo intendere di essere a conoscenza che di lì a poco il suo nome sarebbe stato associato a gravi fatti di sangue – mi dipingeranno come un diavolo, ma sono tutte falsità”. Il capomafia trapanese è stato condannato all’ergastolo per decine di omicidi, tra i quali quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del pentito strangolato e sciolto nell’acido dopo quasi due anni di prigionia, per le stragi del ’92, costate la vita ai giudici Falcone e Borsellino, e per gli attentati del ’93 a Milano, Firenze e Roma. Messina Denaro era l’ultimo boss mafioso di “prima grandezza” ancora ricercato. Per il suo arresto, negli anni, sono stati impegnati centinaia di uomini delle forze dell’ordine. Oggi la cattura, che ha messo fine alla sua fuga decennale. Una latitanza record come quella dei suoi fedeli alleati Totò Riina, sfuggito alle manette per 23 anni, e Bernando Provenzano, riuscito a evitare la galera per 38 anni.

    Giovanni Bianconi, giornalista del Corriere della Sera, ha recentemente scritto per Solferino il saggio “Un pessimo affare. Il delitto Borsellino e le stragi di mafia tra misteri e depistaggi”.

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  • Questa docuserie è dedicata al Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, dove da un secolo la natura è protetta. Cento anni fa, nel cuore dell’Appennino, quella che era stata una riserva di caccia del Re d’Italia si trasforma in uno dei luoghi piĂš belli del nostro Paese. Paesaggi mozzafiato, animali straordinari e immense foreste che si distendono sui pendii delle montagne come una coperta dai colori intensi e profondi, che custodisce la fragile vita animale che vi ha trovato rifugio. Oltrepassandone i confini si percepisce chiara la sensazione di trovarsi in un luogo in cui la Natura ha ricevuto un rispetto singolare ed è stata libera di evolversi spontaneamente accanto all’uomo.

    Oggi chi dedica la propria esistenza alla protezione del Parco cerca in ogni modo di coniugare la conservazione con lo sviluppo umano e sostenibile del meraviglioso territorio in cui è immerso, nella costante e a volte difficile ricerca del sottile equilibrio tra essere umano e natura. Le loro voci vi accompagneranno alla scoperta del Parco.

    Docuserie in 3 puntate.
    Intervengono nell’ordine Giovanni Cannata (Presidente del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise), Luciano Sammarone (Direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise), Daniela D’Amico (Responsabile dell’Ufficio Promozione e Rapporti internazionali del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise), Roberta Latini (Responsabile Uffici studi e ricerche faunistiche e censimenti del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise), Carmelo Gentile (Responsabile dell’Ufficio Conservazioni e Attività Agrosilvopastorali del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise), Paola Cocuzzi (Guardia Parco), Ezechia Trella (Guardia Parco).

    Di Francesco De Leo
    Montaggio di Silvio Farina. Montaggio sigla e voce narrante: Mario Cagol.
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  • Questa docuserie è dedicata al Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, dove da un secolo la natura è protetta. Cento anni fa, nel cuore dell’Appennino, quella che era stata una riserva di caccia del Re d’Italia si trasforma in uno dei luoghi piĂš belli del nostro Paese. Paesaggi mozzafiato, animali straordinari e immense foreste che si distendono sui pendii delle montagne come una coperta dai colori intensi e profondi, che custodisce la fragile vita animale che vi ha trovato rifugio. Oltrepassandone i confini si percepisce chiara la sensazione di trovarsi in un luogo in cui la Natura ha ricevuto un rispetto singolare ed è stata libera di evolversi spontaneamente accanto all’uomo.

    Oggi chi dedica la propria esistenza alla protezione del Parco cerca in ogni modo di coniugare la conservazione con lo sviluppo umano e sostenibile del meraviglioso territorio in cui è immerso, nella costante e a volte difficile ricerca del sottile equilibrio tra essere umano e natura. Le loro voci vi accompagneranno alla scoperta del Parco.

    Docuserie in 3 puntate.
    Intervengono nell’ordine Giovanni Cannata (Presidente del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise), Luciano Sammarone (Direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise), Daniela D’Amico (Responsabile dell’Ufficio Promozione e Rapporti internazionali del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise), Roberta Latini (Responsabile Uffici studi e ricerche faunistiche e censimenti del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise), Carmelo Gentile (Responsabile dell’Ufficio Conservazioni e Attività Agrosilvopastorali del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise), Paola Cocuzzi (Guardia Parco), Ezechia Trella (Guardia Parco).

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    Oggi chi dedica la propria esistenza alla protezione del Parco cerca in ogni modo di coniugare la conservazione con lo sviluppo umano e sostenibile del meraviglioso territorio in cui è immerso, nella costante e a volte difficile ricerca del sottile equilibrio tra essere umano e natura. Le loro voci vi accompagneranno alla scoperta del Parco.

    Docuserie in 3 puntate.
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  • L’11 settembre del 2001 negli Stati Uniti d’America furono dirottati quattro voli civili. Due di questi furono fatti schiantare da terroristi di Al Qaeda sulle torri del World Trade Center di New York. I due grattacieli crollarono. 2.974 furono le vittime, 19 i terroristi morti, 24 gli uomini dispersi. PiĂš di 90 paesi nel mondo persero loro cittadini l’11 settembre del 2001. Il mondo assistette incredulo a una delle piĂš assurde e sconvolgenti tragedie che l’uomo potesse mettere in atto.

    Sono stati circa 300 i cani da ricerca che hanno lavorato a Ground Zero. Hanno lavorato senza sosta tra le macerie per giorni interi, senza risparmiarsi. Tanti hanno sacrificato la propria vita. In questo podcast un omaggio ad alcuni dei cani che hanno avuto ruoli decisivi nel portare in salvo centinaia di vite. Per non dimenticarli.

    Interpretato da Mario Cagol.
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  • L’ultimo capitolo del podcast su Khomeini si apre con la sua morte nel 1989 e con il suo funerale che dimostrò quanto fosse ancora grande il sostegno degli iraniani: nonostante i fallimenti su tanti fronti, era ancora un padre, simbolo di un regime islamico che aveva promesso benessere economico e spirituale al popolo.
    Al momento della morte tutto sembrava perdonato: una folla oceanica lo accompagnò nel suo ultimo viaggio. Al suo posto venne scelta una nuova Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei (ancora in carica). Ma che cosa resta della sua eredità?

    Per Storiainpodcast, lo spiega il giornalista e saggista Alberto Zanconato, attualmente corrispondente dell’Agenzia ANSA dalla Russia. Sempre per l’ANSA è stato corrispondente dalla Repubblica Islamica d’Iran per tredici anni. Ha scritto la biografia “Khomeini. Il rivoluzionario di Dio” per Castelvecchi Editore.

    Puntate del podcast:
    - Chi è Khomeini (Prima parte).
    - Khomeini leader della Rivoluzione e dopo la caduta dello SciĂ  (Seconda parte).
    - Khomeini e il grande Satana, l’Imam al potere (Terza parte).
    - La morte di Khomeini e l’eredità nella Repubblica Islamica (Quarta parte).


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  • Nel novembre del 1979 gli Usa – identificati come il “Grande Satana” – accolsero lo sciĂ  Pahlavi, un gruppo di estremisti musulmani, per ritorsione, sequestrò per 444 giorni 52 dipendenti dell’ambasciata americana a Teheran, fino al 1981.
    Il 24 aprile 1980 gli Usa tentarono anche la via del blitz militare, che si risolse in un fallimento. Anni duri per la tenuta degli Stati Uniti, prima provati dalla guerra in Vietnam, poi colpiti dallo scandalo Watergate (1974), dal rialzo dei prezzi del petrolio e infine dalla “crisi degli ostaggi”: a quel punto era chiaro che la superpotenza non era più invulnerabile.
    Ad accompagnarci in questo racconto è Alberto Zanconato, corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla Russia e autore dell biografia “Khomeini. Il rivoluzionario di Dio” (Castelvecchi Editore).

    Le puntate del podcast:
    - Chi è Khomeini (Prima parte).
    - Khomeini leader della Rivoluzione e dopo la caduta dello SciĂ  (Seconda parte).
    - Khomeini e il grande Satana, l’Imam al potere (Terza parte).
    - La morte di Khomeini e l’eredità nella Repubblica Islamica (Quarta parte).


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  • A metĂ  900 l’Iran era il secondo Paese esportatore di greggio al mondo e possedeva il 95% delle riserve mondiali di gas, ma manteneva redditi pro capite, tassi di alfabetizzazione e mortalitĂ  infantile da fondo classifica. Le profonde disuguaglianze sociali e il risentimento per le ingerenze straniere portarono il carismatico Khomeini a denunciare l’allineamento dell’Iran ai canoni occidentali. La protesta fu repressa, e Khomeini, arrestato ed esiliato (prima in Turchia, dal ’63 in Iraq e infine in Francia), divenne un eroe.

    All’inizio del 1979 arrivò il punto di rottura. In seguito a una crisi economica, milioni di iraniani scesero in piazza e indussero lo scià alla fuga. Così Khomeini, all’epoca esule a Parigi, raggiunse Teheran in aereo: dopo 14 anni di assenza rientrò in patria da trionfatore e in veste di Guida Suprema istituì una Repubblica islamica.

    A raccontare l’ascesa di Khomeini è in questo podcast Alberto Zanconato, corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla Russia e autore dell biografia “Khomeini. Il rivoluzionario di Dio” (Castelvecchi Editore).

    Puntate del Podcast:
    - Chi è Khomeini (Prima parte).
    - Khomeini leader della Rivoluzione e dopo la caduta dello SciĂ  (Seconda parte).
    - Khomeini e il grande Satana, l’Imam al potere (Terza parte).
    - La morte di Khomeini e l’eredità nella Repubblica Islamica (Quarta parte).

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  • “La Repubblica islamica dell’Iran, che è il bastione piĂš saldo dell’islam nel mondo, può facilmente riempire il vuoto ideologico del vostro sistema”. L’ayatollah Khomeini annunciava al leader sovietico Michail Gorbaciov la fine del comunismo e l’avvento dell’islam, in una lettera del 1° gennaio 1989. Chi era dunque Khomeini? A raccontarne complessitĂ  e contraddizioni è in questo podcast Alberto Zanconato.
    Zanconato è attualmente corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla Russia. Sempre per l’Ansa è stato corrispondente dalla Repubblica Islamica d’Iran per 13 anni. Ha scritto la biografia “Khomeini. Il rivoluzionario di Dio” per Castelvecchi Editore.

    Le puntate del podcast:
    - Chi è Khomeini (Prima parte).
    - Khomeini leader della Rivoluzione e dopo la caduta dello SciĂ  (Seconda parte).
    - Khomeini e il grande Satana, l’Imam al potere (Terza parte).
    - La morte di Khomeini e l’eredità nella Repubblica Islamica (Quarta parte).


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  • Quando si festeggia il Natale ucraino? Partendo dalla questione riguardante il calendario ucraino e le celebrazioni natalizie, in questo podcast Yaryna Grusha racconta le tradizioni storiche sopravvissute alla cancellazione sovietica della religione, i canti natalizi, l’attualitĂ  di un Natale vissuto nel 2022 in un Paese distrutto dalla guerra.

    Yaryna Grusha è Professoressa di Lingua e Letteratura ucraina all’Università Statale di Milano. Ha curato per Mondadori, con Alessandro Achilli, il volume “Poeti d’Ucraina”.

    A cura di Francesco De Leo. Montaggio di Silvio Farina.
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  • Personaggio immaginario Lassie è un cane femmina di razza Rough Collie, protagonista di una breve storia che venne poi estesa nel romanzo Torna a casa Lassie! pubblicato nel 1940, dal quale venne tratto nel 1943 un noto lungometraggio omonimo. Lassie è il cane del cinema per antonomasia, il primo personaggio a quattro zampe che viene in mente a chiunque ne cerchi uno tra i ricordi.

    Nel 2005 il settimanale Variety lo ha inserito tra le “100 icone di tutti i tempi” ed era la sola star animale nella lista. Il cane che ha interpretato Lassie si chiamava Pal. Nasce il 4 giugno 1940 in California e in questo podcast vi raccontiamo la sua storia.

    Interpretato da Mario Cagol.
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  • George Best, detto Georgie, nato a Belfast il 22 maggio 1946, scomparve a Londra il 25 novembre 2005. Di ruolo attaccante, è ritenuto uno dei migliori calciatori di tutti i tempi. In questo podcast, lo scrittore Duncan Hamilton, racconta per Storiainpodcast la leggenda di George Best.

    “Se fossi nato brutto, non avreste mai sentito parlare di Pelé”. Molte parole vere sono dette per scherzo, e pochi potrebbero sostenere che George Best sia stato il calciatore più naturalmente dotato che la Gran Bretagna abbia prodotto. La velocità, l’equilibrio, la visione di gioco, il superbo controllo ravvicinato, la capacità di creare occasioni e di segnare da situazioni apparentemente impossibili raccontano metà della storia. L’altra metà era un’incontenibile passione per il gioco come dovrebbe essere giocato, una gioia e un’astuzia incessanti. Pelé, da parte sua, ha definito il numero 7 dello United “il più grande giocatore del mondo”. Un adolescente dal fisico magro del quartiere Cregagh di Belfast, fu notato dal talent scout dello United Bob Bishop, che disse a Matt Busby: “Capo, credo di averti trovato un genio”. Dopo aver combattuto l’iniziale nostalgia di casa, Best diventa professionista il giorno del suo 17° compleanno, nel maggio 1963, e debutta a settembre, segnando alla sua seconda apparizione. Nel 1964/65, insieme a Denis Law, Bobby Charlton e David Herd, Best è una figura chiave per il primo titolo dei Reds dall’era pre-Monaco. La stagione successiva distrugge quasi da solo il Benfica nei quarti di finale della Coppa Europa. Dopo aver segnato due volte nel 5-1 che inflisse ai giganti di Lisbona la prima sconfitta casalinga in Europa, fu soprannominato “El Beatle”. Un secondo titolo seguì nel 1967, e Best si dimostrò il flagello del Benfica anche l’anno dopo, nella finale della Coppa Europa del 1968, portando i Reds in vantaggio per 2-1 ai tempi supplementari e vincendo per 4-1. I 28 gol di Best in quella stagione lo resero il capocannoniere dello United, posizione che mantenne anche nelle quattro campagne successive. Con la fine dell’era Busby e lo smantellamento di una squadra invecchiata, Best lotta con i demoni personali che lo accompagneranno fino alla morte, avvenuta nel novembre 2005. Nel 1972 si è notoriamente “ritirato” a Marbella, per poi tornare e partire definitivamente nel gennaio 1974 per una serie di destinazioni itineranti che lo hanno portato, tra l’altro, nei dintorni piuttosto improbabili di Dunstable Town, Fulham, Los Angeles Aztecs, Brisbane Lions e Jewish Guild of South Africa. Come lui stesso ha chiesto, dovrebbe essere ricordato per i titoli delle ultime pagine, non per quelli delle prime. Le sue 361 presenze in campionato in rosso hanno portato 136 gol; detiene il record del dopoguerra per il maggior numero di gol di un giocatore dello United in una singola partita: sei contro il Northampton Town, in un 8-2 di FA Cup al quinto turno nel 1970. L’addio di Best nel novembre 2005, in un pomeriggio di applausi tumultuosi al West Ham, fu seguito da una partita di cui sarebbe stato giustamente orgoglioso. Il connazionale John O’Shea segnò il gol della vittoria.

    Duncan Hamilton, scrittore e giornalista inglese, ha scritto “Immortal”, la biografia di George Best. Vive negli Yorkshire Dales.

    A cura di Francesco De Leo.
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  • Nel gennaio del 1725 l’imperatore Pietro il Grande inizia improvvisamente a indebolirsi: i problemi alla vescica che lo affliggono da anni sono peggiorati. Non riesce piĂš a urinare e i medici sono costretti a rimuovere quasi un litro di liquido, ma l’infezione si è giĂ  diffusa. Pietro I muore l’8 febbraio del 1725.
    Finisce cosĂŹ la parabola di un monarca assoluto che impose al suo popolo cambiamenti drastici pur di poter applicare le sue riforme e trasformare la Russia in un impero e in Paese moderno.

    Lo storico Andrea Santangelo racconta in questo podcast la storia del primo imperatore di Russia a promuovere una politica riformista e di modernizzazione del paese sul modello occidentale.

    - Pietro il Grande: L’adolescenza (Prima parte)
    - Pietro il Grande: “L’allegra compagnia” (Seconda parte)
    - Pietro il Grande: La prima campagna militare e la marina da guerra (Terza parte)
    - Pietro il Grande: La Grande Ambasceria in Occidente, il ritorno a Mosca e la guerra contro Carlo XII (Quarta parte)
    - La nascita del Grande Impero russo (Quinta parte)

    A cura di Deborah Natale. Montaggio di Silvio Farina.
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  • La Grande Ambasceria, ovvero il grande viaggio diplomatico voluto da Pietro, si risolse in un fiasco politico. A quel punto, Pietro stipulò una tregua trentennale con l’Impero ottomano e volse le mire espansionistiche a nord, contro gli svedesi, padroni del Baltico. Lo scontro con Carlo XII, giovane condottiero che viveva solo per combattere, durò, con brevi pause, una ventina d’anni e si concluse con il trionfo di Pietro e il declino della potenza scandinava.
    Umiliati nel 1700 dagli svedesi a Narva, i russi si rifecero con gli interessi nel 1704 nella stessa Narva e a Dorpat. Quindi inaugurarono una tattica destinata a non tramontare mai: ritirarsi all’interno e lasciar fiaccare dal freddo e dalla lunghezza delle linee di approvvigionamento il nemico. Stremati, gli svedesi vennero sbaragliati nel 1709 a Poltava. I russi dilagarono nei loro territori espugnando Vyborg, Riga e l’attuale Tallinn.


    Lo storico Andrea Santangelo racconta in questo podcast la storia di Pietro il Grande, il primo imperatore di Russia a promuovere una politica riformista e di modernizzazione del paese sul modello occidentale.

    - Pietro il Grande: L’adolescenza (Prima parte)
    - Pietro il Grande: “L’allegra compagnia” (Seconda parte)
    - Pietro il Grande: La prima campagna militare e la marina da guerra (Terza parte)
    - Pietro il Grande: La Grande Ambasceria in Occidente, il ritorno a Mosca e la guerra contro Carlo XII (Quarta parte)
    - La nascita del Grande Impero russo (Quinta parte)

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  • Pietro era determinato a fare della Russia una protagonista della politica mondiale. Per lo sviluppo e l’espansione era necessario uno sbocco sul mare (ebbe fin da giovano un vero colpo di fulmine per i piaceri della navigazione). Aveva compreso che doveva rafforzare non solo l’esercito ma anche dotarsi di una flotta militare degna di questo nome. Appassionatissimo di carpenteria e inseparabile da tornio, pialla e ascia, si mise a costruire di persona galee a scarso pescaggio nei nuovi cantieri di VoroneĹž: agili vascelli che si rivelarono piĂš tardi arma vincente nel controllo del Baltico. La Russia di allora però aveva un solo porto, Arcangelo, sul Mar Bianco (per la maggior parte dell’anno bloccato dal ghiaccio). Pietro cercò questo nuovo sbocco a sud, sul Mar d’Azov, contro i turchi. Il primo assalto (1695) fallĂŹ, ma lui non si perse d’animo.
    Nel 1696 i russi conquistarono Azov, ma ancora non avevano accesso al Mar Nero: di mezzo c’era la fortezza di Kerc.
    Per questo Pietro intraprese, nel marzo 1697, la sua Grande Ambasceria: partirono in 250 con lo scopo dichiarato di creare un’alleanza cristiana; in realtà lo zar voleva importare le tecnologie dell’Occidente e reclutare tecnici, artigiani e marinai
    per il suo Paese. In quella tournée Pietro studiò ingegneria navale nei cantieri di Amsterdam e frequentò corsi di medicina e aule di anatomia. Contrasse così una passione per la chirurgia e l’odontoiatria, che sfogò su alcuni malcapitati del suo entourage. A Londra lavorò nei cantieri navali di Deptford, visitò università, ospedali, la zecca…

    Lo storico Andrea Santangelo racconta in questo podcast la storia del primo imperatore di Russia a promuovere una politica riformista e di modernizzazione del paese sul modello occidentale.

    - Pietro il Grande: L’adolescenza (Prima parte)
    - Pietro il Grande: “L’allegra compagnia” (Seconda parte)
    - Pietro il Grande: La prima campagna militare e la marina da guerra (Terza parte)
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  • Per Pietro, il 1689 fu un anno cruciale. Il suo ruolo di zar in coppia con il fratellastro disabile Ivan V era solo di facciata: il potere effettivo venne assunto dalla sorellastra Sofia e dal suo amante, il primo ministro Golitzyn. I quali cercarono piĂš tardi di eliminare l’incomodo. Pietro riuscĂŹ a sventare il complotto, proprio nell’estate del 1689, e a volgerlo in suo favore: la reggente fu infatti segregata nel convento di Novodevici. Morto il fratellastro disabile, dal 1696 Pietro fu solo al comando.

    A raccontare la storia di Pietro il Grande in questo podcast è lo storico Andrea Santangelo, in 5 puntate.
    - Pietro il Grande: L’adolescenza (Prima parte)
    - Pietro il Grande: “L’allegra compagnia” (Seconda parte)
    - Pietro il Grande: La prima campagna militare e la marina da guerra (Terza parte)
    - Pietro il Grande: La Grande Ambasceria in Occidente, il ritorno a Mosca e la guerra contro Carlo XII (Quarta parte)
    - La nascita del Grande Impero russo (Quinta parte)

    A cura di Deborah Natale. Montaggio di Silvio Farina.
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  • Ispirandosi dichiaratamente ai Paesi occidentali, Pietro I intraprese una serie di guerre per allargare i confini della Russia fino a trasformarla in un impero, stravolgendo l’organizzazione amministrativa e sociale e facendone un Paese moderno. Pietro il Grande fu un monarca assoluto che impose al suo popolo cambiamenti drastici e pesanti tasse pur di poter applicare le sue riforme.

    Come arrivò al trono Pietro? Quando, nel 1682, era morto lo zar suo fratellastro, Fëdor III, s’era trovato al centro d’una contesa sanguinosa. L’altro fratellastro, Ivan, figlio di primo letto di suo padre Alessio, era il successore designato, ma era anche semicieco e ritardato mentale. S’imponeva così la candidatura di Pietro o, quantomeno, il suo affiancamento al ruolo supremo. Si scatenò a quel punto una lotta all’ultimo sangue tra il clan della prima moglie di Alessio, i Miloslavskij, e quello di sua madre Natalia, i Nariskyn. Sobillato dai primi, il corpo degli streltsy (archibugieri e arcieri scelti) fece irruzione nel Cremlino e massacrò sotto gli occhi del piccolo Pietro la fazione materna. Per il futuro zar fu un trauma indelebile, forse all’origine del tic che l’afflisse per il resto dei suoi giorni: un tremito al capo. Il giorno dopo la strage, il 26 maggio 1682, fu comunque eletto zar in coppia con Ivan V.

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  • Nel 1520 venne emanata una bolla papale contro Lutero che il monaco ribelle bruciò pubblicamente: se la scomunica non si tramutò in un rogo fu solo perchĂŠ il principe Federico il Saggio di Sassonia prese Lutero sotto la sua ala protettrice. Federico e altri principi, infatti, avevano compreso che a mano a mano che le idee luterane si diffondevano in terra tedesca, si indeboliva anche l’autoritĂ  della Chiesa e dei suoi vescovi a tutto loro vantaggio.

    Per Storia in Podcast Marco Cavarzere racconta la riforma che destinata a cambiare volto all’Europa. Cavarzere ha studiato alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Borsista della Fondazione Alexander-von-Humboldt presso la Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera, è stato in seguito assistente alla cattedra di Storia Moderna della Goethe-Universität di Francoforte sul Meno. È attualmente Ricercatore presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia.

    Le puntate del podcast:
    - Martin Lutero e le 95 tesi (Prima parte).
    - Martin Lutero, la confessione, la penitenza, la scomunica (Seconda parte).
    - La dieta di Worms e il mito di Martin Lutero (Terza parte).


    A cura di Deborah Natale. Montaggio di Silvio Farina.
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