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  • Si è da poco conclusa l’ultima della Champions League e se oggi siamo qui a commentare lo spettacolo di una delle competizioni più spettacolari al mondo, lo dobbiamo a due fattori: un’amichevole e un articolo di giornale. Oggi vi spieghiamo tutto, partendo dall’inizio. Il 13 marzo del 1954, in una sfida al Molineux  di Wolverhampton, i padroni di casa sconfiggono per 3-2, davanti a sessantamila inglesi in visibilio, i maestri ungheresi dell’Honved, che potevano contare su ben sei degli undici magiari, che un anno prima avevano sconfitto con un netto 6-3 l’Inghilterra a Wembley. Nella formazione dell’Honved c’è anche uno dei calciatori più forti di tutti i tempi, Ferenc Puskas, e la rimonta del Wolverhampton, dallo 0-2 al 3-2, convince il tecnico Stan Cullis  a prendere da parte i suoi e a definirli “campioni del mondo”, sullo slancio degli altri successi ottenuti in amichevole contro il Racing Club e lo Spartak Mosca. La dichiarazione viene raccolta da David Wynne-Morgan che la utilizza come titolo per il suo articolo di resoconto del match, pubblicato dal Daily Mail.  A svariati chilometri di distanza, l’ex calciatore della Nazionale francese Gabriel Hanot si ritrova tra le mani una copia del Mail. È stato un personaggio irripetibile, Hanot. Difensore dei Galletti nel periodo pre Prima guerra mondiale, aveva poi servito lo stato in guerra, durante la quale si era distinto come pilota d’aereo, e per una fuga da un campo di prigionia tedesco. Aveva fatto in tempo anche a essere nuovamente convocato per la sua dodicesima presenza, da capitano, contro il Belgio, nel 1919, ma la sua carriera si era interrotta bruscamente per un incidente aereo che non gli era costato la vita, ma purtroppo la sua attività da calciatore sì, Infine, dopo il conflitto, aveva assunto l’incarico di consigliere tecnico della Francia, mantenendo però un bizzarro doppio ruolo come firma de L’Equipe e di France Football. Dopo una sconfitta contro la Francia, nel 1949, stilò un articolo durissimo in cui criticava i suoi giocatori e affidava a un editoriale anonimo la richiesta del suo stesso esonero, peraltro poi effettivamente arrivato.  Quando legge dei Wolves campioni del mondo, Hanot ha un sussulto. Capisce prima del resto del mondo che c’è bisogno di mettere in piedi una competizione tra le principali squadre europee per assegnare un titolo che non sia soltanto platonico. E lo scrive sull’Equipe, dando il via alla rivoluzione. La Mitropa Cup, ideata nel 1927, veniva ritenuta da Hanot un test troppo poco probante. E proprio Hanot aveva già provato a dare vita a qualcosa di grosso con la Coppa Latina, competizione mai riconosciuta dalla Fifa, alla quale prendevano parte i campioni nazionali di Francia, Italia, Portogallo e Spagna: l’Equipe era stato tra i promotori principali della proposta lanciata da Santiago Bernabeu, presidente del Real Madrid. Ma serviva qualcosa di nuovo: secondo il francese, non si poteva assegnare al Wolverhampton una definizione così importante, non senza vedere gli inglesi alle prese con Real Madrid o Milan.

  • Cinque maggio del 2002. Una data fin troppo facile da associare a una giornata di campionato: il tracollo dell’Inter all’Olimpico, la Juventus che non stecca a Udine e vince il titolo in volata, con i nerazzurri che in un pomeriggio da incubo si ritrovano da primi a terzi, scavalcati anche dalla Roma. Ma questa è la storia dell’altro cinque maggio, quello che sancì salvezze insperate, retrocessioni impensabili, rinascite romantiche e qualificazioni europee colte all’ultimo respiro.  Tre campi, tre storie, i destini di cinque squadre che si incrociano.

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  • A Fray Bentos la carne è un culto. È come Diego Armando Maradona per gli argentini, è come il Rinascimento qui a Firenze. La storia della mia città è nata proprio lì, tra gli stabilimenti e le fabbriche. Pensate che le hanno nominate ‘Patrimonio dell’Umanità’. Questa industria ha dato da mangiare a tanti uruguaiani. E anche alla mia famiglia. Ci passavamo spesso davanti a quella macelleria, quella che qualche anno fa ho scelto di rilevare, ristrutturare e affidare a mio padre e ai miei fratelli, in modo da dar loro un lavoro. Si chiama La 34, come il mio numero di maglia alla Sampdoria. Appena torno a casa, passo sempre la mattina a prendere le cotolette: ne vado matto, sono il mio punto debole.  Ho giocato in stadi con 80mila persone che mi osservavano, senza alcun timore. Vi farà ridere, lo so, ma non ho mai avuto il coraggio di mettermi il grembiule e andare dietro al bancone per servire i clienti: mi vergogno tremendamente. La macelleria, a dir la verità, è stata un’idea di mio padre, e sta funzionando alla grande. Un investimento azzeccato. Da qualche anno ha smesso di fare il telecronista. Era uno di quelli che urla «Goooooooooooooool», strillando la O nel microfono per almeno un minuto. La sua è stata una scalata emozionante, come la mia: è partito da una piccola radio ed è arrivato a commentare un Mondiale. Sì, quello a cui ho partecipato anche io. Un giorno arriva una mail, tutto emozionato controlla e non era la mia chiamata in Nazionale, ma il suo accredito. Sì, è arrivata prima la sua convocazione. Io non ero ancora in pianta stabile nella Celeste. Ma alla fine, pochi giorni dopo, è arrivato anche il mio turno. Era bravo a fare le telecronache, la sua esultanza al mio gol nel derby di Londra contro il Tottenham ha fatto il giro del mondo, così come quella alla rete di Biraghi con il Bologna. Gli dicevamo sempre che era uno di quei telecronisti venditori di fumo, quelli che sanno raccontare gli eventi anche quando questi non ci sono.  I miei genitori mi hanno visto partire a 16 anni. In loro era rimasto il ricordo di Lucas che scende in strada e spera che fuori piova per andare al campo e poter scivolare sul fango. Quanti vestiti gli ho fatto lavare! Giocavo a 500 metri da casa mia. Facevamo le porte con i sassi e iniziava la partita. Diverse sere sono andato a letto senza cena per aver spaccato qualche vetro nelle case  intorno. Ricordo quando entrai nella stanza di mio padre per dirgli che volevo trasferirmi a Montevideo: volevo provare a diventare un calciatore. Avevo un amico che giocava negli Wanderers, con un ottimo rapporto con la dirigenza, a cui chiesi di fare un provino. Era la mia occasione: o la va, o la spacca. Potevo cambiare la mia vita e quella della mia famiglia. Per sempre. Gli dissi: «Dai, portami, che ti costa?». Era gennaio 2013 e salii sul pullman verso la capitale. Quattro interminabili ore di viaggio, e appena arrivato subito in scena. I selezionatori volevano che andassi in attacco: feci il primo tempo ma il portiere si fece male. Li vidi parlare, alla fine si girarono verso di me: «In porta ci vai tu». Ero stanco morto, ma quella era la mia possibilità. E per fortuna li avevo già convinti con i primi 35 minuti. Mi presero.

  • Attorno alla stagione 1982 83 dell'Udinese c'è una curiosa leggenda metropolitana. Ne ha scritto Sportweek nel 2019, l'hanno riportata in tanti: quell'anno l'Udinese non riusciva mai a vincere in casa e spesso era successo che i tiri dalla distanza si foss ero stampati sulla traversa. A segnalare la cosa era stato soprattutto Ivica Surjak, attaccante jugoslavo che era uno dei due stranieri in Friuli, insieme al libero brasiliano Edinho . Surjak, da buon tiratore di punizioni, aveva voluto vederci chiaro sulla reale altezza delle porte del Friuli. Aveva segnalato la cosa all'allenatore, Enzo Ferrari, ed era saltato fuori che in effetti le traverse erano di cinque centimetri più basse rispetto alla misura regolamentare di 2 metri e 44. A metà stagione avevano si stemato le cose, cambiando le porte in gran segreto, per evitare una raffica di 0 2 a tavolino. Sarà vero? Le cronache dei giornali riportano solo due traverse casalinghe dell'Udinese, e una sola traversa di Surjak, in uno 0 0 contro il Napoli ma sapete come si dice, mai rovinare una bella storia con la verità.  Siamo nel 1983 e ormai da due anni la Serie A ha finalmente concesso la possibilità di acquistare calciatori stranieri . La riapertura delle frontiere ha riacceso i riflettori sul campionato italian o , che adesso è il punto di riferimento di tutto il calcio mondiale: aver vinto i Mondiali l'anno prima ha dato ulteriore lustro al nostro pallone, al quale guardano i fenomeni sudamericani. Nella stagione successiva al trionfo spagnolo hanno giocato in se rie A due peruviani, due uruguaiani, quattro argentini e quattro brasiliani, ma non il pezzo migliore della collezione: un fuoriclasse da 630 gol in carriera, capocannoniere del campionato brasiliano 1980 e 1981, che non ha vestito altre maglie se non l a n umero 10 del Flamengo e della Seleçao, quella che gli è stata strappata da Claudio Gentile in un duello leggendario allo stadio Sarrià di Barcellona: il Pelé bianco, Arthur Antunes Coimbra, detto Zico.  Non che il calcio italiano non ci abbia provato. Per p rimo si era mosso il Milan, primavera 1981, con un tentativo rapidamente scivolato nel patetico. Nelle intenzioni doveva essere il grande colpo per festeggiare il ritorno in serie A dopo la retrocessione per il Totonero: a 28 anni Zico era il più forte del mondo, a inizio maggio aveva segnato il gol decisivo nella prima vittoria a Wembley del Brasile dopo 60 anni. Tre giorni dopo aveva fatto il bis a Parigi contro la Francia. Il problema però era che il Milan aveva concentrato tutti gli sforzi economici sul giocatore puntando a comprarlo “a parametro zero”, come si direbbe oggi, in un clima sempre più ostile da parte dei media locali: Gianni Rivera aveva anche ottenuto l'ok di Zico, ma la società aveva offerto ben poco al Flamengo che a fine maggio irrita to dall'avarizia degli italiani aveva annunciato il rinnovo del contratto del giocatore, con un ingaggio da quasi un miliardo e 400 milioni di lire. Una figuraccia: Rivera e il presidente Colombo erano volati in Brasile a prendere Zico senza considerare il rischio di tornare a casa a mani vuote. “Giochi senza frontiere, senza rispetto dei tifosi”, aveva scritto all’epoca il Guerin Sportivo.

  • Lo stop, il tiro, quell’attimo di sospensione che segue. Come ogni volta, per cercare di immaginare dove andrà il pallone. È una routine che qualsiasi attaccante ha imparato a fare sua sin dalle prime partite giocate con gli amici, un istante che si dilata all’infinito, tra l’impatto e l’epilogo. Può finire bene, può finire male. Ma c’è anche un caso, raro e sfortunato, in cui finisce malissimo. Il 30 settembre del 2001, dopo il solito controllo e la preparazione del tiro, Enrico Chiesa rimane a terra. È l’ancora di salvezza di una Fiorentina che si accinge a una stagione di sangue e sudore con all’orizzonte lo spettro del fallimento, e che in quel momento scopre quanto è brutto dover scendere a patti con le lacrime. Il tendine rotuleo del ginocchio sinistro è saltato, e di conseguenza anche le speranze viola e di Roberto Mancini, che si era battuto per tenere almeno lui dopo un’estate in cui erano già partiti pezzi giganteschi come Toldo e Rui Costa.

    Per molti di voi, il nome di Enrico Chiesa è soltanto quello del papà di Federico, che quel giorno del 2001 doveva ancora compiere quattro anni. In realtà, nel suo periodo d’oro, è stato molto di più. Un attaccante che aveva saputo adattarsi al calcio che cambiava, trasformandosi da esterno in punto di riferimento offensivo, fino a diventare un tassello irrinunciabile nel miglior Parma di tutti i tempi. Seppe reinventarsi anche dopo quel terribile infortunio, costruendosi un finale di carriera più che degno, sempre nel segno di un talento troppo spesso sottovalutato e di una forza di volontà che gli ha permesso di essere capitano e gregario, finalizzatore e portatore d’acqua. Tanti giocatori in un corpo solo.  Nonostante una stagione più che positiva, lo staff e la dirigenza della Sampdoria ritengono sia il caso di riservargli un altro periodo di apprendistato altrove. Prima Modena, in Serie B, quindi Cremona, in A. Due stagioni da 14 gol l’una e soprattutto l’annata in grigiorosso è decisiva per la sua carriera. In quegli anni, la Cremonese è un laboratorio di calcio autentico, con un padre paziente come Domenico Luzzara, il Presidentissimo, l’uomo che aveva portato avanti il sogno del figlio Attilio, prematuramente scomparso. Aveva rilevato il club sulla spinta del suo affetto più caro: «Papà, mettici i soldi, poi ti spiego tutto io», gli diceva, e così aveva sciolto tutti i dubbi. 

    Ma nella primavera del 1970 Attilio aveva perso la vita in un tragico incidente stradale, e papà Domenico si era dovuto fare forza nel suo ricordo: «Andrò avanti per Attilio, perché lui amava la Cremonese. Ce l’aveva nel cuore, continuare a guidare questa società significa avere mio figlio ancora con me». Si era circondato di uomini che amavano la “Cremo”, e quella che si afferma stabilmente in Serie A nella prima metà degli anni Novanta ha in panchina un signore d’altri tempi come Gigi Simoni. Per le prime 13 partite di quel 1994-95, Chiesa non trova mai la via della rete. Poi, come spesso capita agli attaccanti, il tappo salta via. Scopre di avere un feeling speciale con le grandi: Roma, Parma, Milan, anche l’amata Sampdoria. Sulle spalle indossa di frequente il numero 7 perché Simoni, passato alla storia come un tecnico pragmatico, è uno che sapeva anche osare, e il tridente con Florjancic e Tentoni si vede in campo spesso e volentieri.   «Simoni è stato l’allenatore che mi ha definitivamente fatto fare il salto di qualità. Mi ha fatto capire l’importanza vera del sacrificio, del pensare prima di tutto alla squadra. Non che prima non lo facessi, ma con lui ho avuto la piena consapevolezza».   Chiesa che parte da ala destra e diventa il miglior realizzatore della Cremo, grazie ai tagli senza palla e a quella capacità innata di calciare in una frazione di secondo, è una novità per il calcio italiano.   «Rientravo sul sinistro, potevo andare a concludere direttamente. Era quello che Simoni riteneva più utile per la squadra».

  • È un colpo di fulmine. È l'esordio “in società” del nuovissimo Milan di Silvio Berlusconi, che ci tiene da morire: è stato invitato al Trofeo Gamper, classico appuntamento di inizio stagione del Barcellona, insieme al Tottenham, al PSV Eindhoven e naturalmente ai padroni di casa. È la prima volta che una squadra italiana partecipa al Gamper: come tutti gli inquilini che hanno appena messo piede nella loro nuova casa, Berlusconi si fissa sul dettaglio, guarda sotto i tappeti, scruta la polvere su ogni mensola. Tutto deve essere perfetto. Ma il suo Milan è ancora molto lontano dalla perfezione: perde entrambe le partite, prima contro il Barça e il giorno dopo contro il Tottenham, dando una generale sensazione di inferiorità. A Berlusconi non sono piaciute nemmeno le tute trasandate con cui i suoi giocatori si sono seduti in panchina: non è così che riuscirà a sedurre l'Europa intera. Quanto all'allenatore, Nils Liedholm, sembra fin troppo compassato, legato a un'idea di calcio vecchia ed élitaria, da cui il presidente è praticamente escluso per costituzione: il Cavaliere non sopporta la flemma con cui l'allenatore svedese ci tiene a mantenere le distanze, raccontandogli delle sue partite insieme a Rivera, oppure contro Pelé o Stanley Matthews, mentre Berlusconi – al massimo – ha allenato l'Edilnord Torrescalla, con suo fratello Paolo centravanti.

    Eppure il Presidente ha preteso che a Barcellona viaggiasse l'intero stato maggiore, e dunque anche Adriano Galliani e Ariedo Braida, ora seduti accanto a lui in tribuna a guardarsi la finale, Barcellona-PSV Eindhoven. La squadra olandese, di proprietà della Philips, ha sostituito in corsa il Paris Saint Germain che ha dato forfait ed è la piccola rivelazione del torneo. In particolare il suo leader, alto un metro e 91, treccine al vento e al braccio una fascia da capitano con i colori della bandiera olandese: indossa una maglia numero 10 che poi numero 10 non è. Già: in che ruolo gioca questo Ruud Gullit? Sembra interpretare il calcio alla classica maniera degli olandesi: lo si trova in posizione di libero ad avviare la manovra e un minuto dopo a concludere, a colpire di testa, ad arrivare per primo su ogni pallone grazie a uno strapotere fisico fuori scala per il 1986. Ha un cervello alla Ruud Krol e fisico alla Paul Pogba, ma trent'anni prima di Pogba. Il pubblico del Camp Nou, molto ben educato a proposito di olandesi, si esalta sulle galoppate ad ampie falcate che Gullit – grande animale da palcoscenico – concede con generosità. Berlusconi pensa che uno così risponda perfettamente all'identikit del fuoriclasse che sta cercando, e che ancora non ha trovato. Fino a questo momento il suo primo mercato al Milan è stato fatto solo da giocatori italiani: per l'esattezza cinque, Dario Bonetti, Roberto Donadoni, Giovanni Galli, Daniele Massaro e Giuseppe Galderisi, scesi dagli elicotteri un mese prima in una roboante presentazione all'Arena di Milano. Ci ha provato con Platini, accontentandosi di strappargli un accordo per un ruolo da commentatore sportivo per La Cinq, la sua nuova emittente francese (accordo che Platini non rispetterà). Ci ha provato addirittura con Maradona, respinto, e aveva trovato un accordo con la Sampdoria per Gianluca Vialli, ma poi il ragazzo ha preferito rimanere a Genova, con una celebre frase passata alla storia: “Oggi quando mi alzo la mattina dalla finestra vedo il mare, a Milano 2 al massimo il laghetto con i cigni”.

  • La storia del piccolo Kanté è una storia di grande povertà. N’Golo nasce nei sobborghi di Parigi da una famiglia di immigrati, proveniente dal Mali in Africa. E’ il primo di ben 8 figli e già da bambino deve darsi da fare. Inizia a raccogliere la spazzatura dalle strade, per ottenere qualche spicciolo dalle ditte che riciclano i rifiuti. È proprio quello che sta facendo  la notte del 12 luglio 1998, quando la Francia batte il Brasile con la doppietta di Zidane e il gol di Petit - e si laurea campione del mondo. Mentre migliaia di persone si riversano in strada, N’Golo non perde l’occasione per fare una raccolta speciale. Gli altri festeggiano e si divertono, lui – che ha solo 7 anni – deve accontentarsi di qualche sacco di immondizia. La vita lo mette alla prova sin da subito e le cose si complicano quando a 11 anni perde il padre e si ritrova sulle spalle la responsabilità di aiutare la madre a portare a casa i soldi per sfamare la numerosa famiglia. Di fatto l’infanzia, almeno come siamo abituati a considerarla, per lui non esiste. Eppure, anziché farsi schiacciare da un fardello così pesante, lui affronta tutto con un’energia e una generosità che riversa anche in campo, nell’unico sfogo che la sua giovane vita gli concede. Infatti entra a far parte della squadra dilettantistica del Suresnes, nella periferia occidentale di Parigi.  Fisicamente è il più piccolo di tutti, ma con l’umiltà e la determinazione riesce a colmare il gap con gli altri e guadagnarsi ben presto un posto da titolare. Così grintoso in campo e così timido fuori. “All’inizio pensavamo fosse muto. Quando gli parlavamo, lui non diceva nulla. Al massimo faceva un cenno. Ci chiedevamo se avesse capito, poi all’allenamento successivo metteva tutto perfettamente in pratica” (Pierre Ville, dirigente del Suresnes) Trascorre nove anni tra le fila del Suresnes, senza che nessuna delle società più importanti a livello giovanile si accorga di lui. “Non ha il fisico per giocare a calcio” è l’etichetta che superficialmente gli viene appiccicata addosso. E anche quando nel 2010, a 19 anni, Kanté viene ingaggiato dal Boulogne, nessuno lo ritiene in grado di far parte della prima squadra che milita nella Serie C francese. N’Golo viene aggregato alla formazione riserve, che gioca in sesta serie, ma non si scoraggia.

  • “Grazie, Dio, per il calcio, per Maradona, per queste lacrime, per questo Argentina 2, Inghilterra 0” (Victor Hugo Morales) Il 14 giugno 1982, un’ultima offensiva inglese a Port Stanley pone fine alla Guerra delle Falkland. Un conflitto durato poco più di due mesi, che ha visto l’esercito argentino soccombere dinnanzi alla forza della marina britannica. Nel paese sudamericano, la rassegnazione, mista alla violenza del regime di Galtieri, sembra far sprofondare tutti in un vortice di disperazione. In questi casi, quel che occorre è un grande evento popolare, che compatti il popolo e lo distolga, almeno per qualche settimana, dalla triste routine. Ci sarebbe il mondiale di calcio spagnolo, ma l’Albiceleste campione in carica viene accompagnata alla porta dai gol di Tardelli e Cabrini. La delusione è enorme, eppure molti tifosi biancocelesti hanno intuito che il prossimo giro potrebbe essere quello giusto. Che tra quattro anni, i rioplatensi potranno tornare ad alzare quella coppa a lungo sognata. Il motivo sta tutto in un ragazzo dai folti capelli scuri, dal fisico basso, con un sinistro divino e la maglia numero 10 sulla schiena. Quel ragazzo ha nel mirino la vittoria del mondiale, ma non solo. Ha una voglia matta di vendicare, alla sua maniera, i morti delle Malvinas. Ecco perché, quando il 22 giugno 1986, a quattro anni esatti dalla fine delle ostilità, si trova davanti le maglie bianche degli inglesi, capisce che quel giorno è quello giusto per riscrivere la storia. La nazionale argentina che Carlos Bilardo, il ct che ha sostituito il campione del Mondo Menotti, si ritrova tra le mani per il mondiale messicano è tecnicamente inferiore a quella delle ultime due edizioni. Una selezione modesta tra vecchi comprimari e pochi nomi di punta. Ma se, tra i 22 convocati hai la fortuna di avere in rosa il giocatore più forte del Pianeta in quel momento, allora tutto cambia. Già, perché l’Argentina di Mexico ’86 è l’Argentina di Maradona. Non esiste altra definizione e non può essere altrimenti. Dal suo sbarco in Italia, più precisamente al San Paolo, Diego è maturato, diventando un campione. Gioca talmente bene che sembra si sia tolto il peso di quel maledetto infortunio subito per mano di Goikoetxea, il macellaio di Bilbao, durante il suo periodo al Barcellona. In campionato arriva terzo, miglior marcatore stagionale del Napoli e si presenta, a venticinque anni, in stato di grazia per la Coppa del Mondo. Il sorteggio inserisce l’Albiceleste nello stesso girone dei campioni in carica dell’Italia. Per Diego ecco in arrivo la prima rivincita. Se quattro anni prima era finita 2-1 per gli azzurri, questa volta la musica deve cambiare.

  • La sera del 5 novembre 1997, Italo Galbiati, storico vice allenatore di Fabio Capello, è seduto sulle tribune del Camp Nou di Barcelona. Il report che invia ad Adriano Galliani racconta di un giocatore favoloso, un vero e proprio crack che è esploso quella notte. “Gioca su tutto il fronte di attacco, sa chiamare la profondità come pochi”. Sette righe che il numero due di Don Fabio, carico di entusiasmo spedisce subito a Milano. La frase che infila al termine del dispaccio sembra quasi voler sollecitare l’ad dei rossoneri. Come ad invitarlo a prenderlo al più presto. Quel giovane centravanti, però, non è uno dei talenti della cantera blaugrana. Gioca per una squadra di sconosciuti, guidati da un tecnico leggendario, che è incredibilmente in testa al girone C di Champions League. Due settimane prima hanno battuto i catalani di Van Gaal per 3 a 0, ma la notte del 5 novembre passa direttamente nella leggenda. Già, perché la Dinamo Kiev di Valery Lobanovsky asfalta per 4 a 0 il Barcellona in casa propria, dominando per novanta minuti. E tre gol, tutti nel primo tempo, li segna lui. L’attaccante che ha fatto innamorare Galbiati e presto tutti i tifosi del Diavolo. Si chiama Andriy Shevchenko.

    Le origini
    Questa, però, non è solo la storia della nascita di uno dei più grandi bomber di sempre. È la storia di un ragazzo costretto, insieme alla famiglia, a scappare di casa. Un ragazzo che tornerà a Kiev e diventerà un’icona del calcio ucraino, ma non solo. Ed è anche la storia di una squadra che, sul finire degli anni ’90, era considerata come l’outsider più pericolosa d’Europa. Shevchenko nasce nei dintorni della capitale. La sua esistenza di bambino trascorre serena, fino al 26 aprile del 1986. Quella notte, nella vicina centrale di Chernobyl avviene il più grande disastro nucleare della storia e la famiglia di Andriy deve prendere una decisione dolorosa. Lasciare il villaggio natio per allontanarsi dalla radiazioni dell’esplosione. Vanno a vivere sulla costa del mar Nero, ma per il ragazzino cambia poco. È sempre attaccato alla palla e, nonostante la distanza, lo notano gli osservatori della Dinamo Kiev, che lo riportano nella capitale. Entra nelle giovanili biancoblu e, a 18 anni, debutta in prima squadra. Dove avviene il primo incontro fondamentale della sua carriera. Infatti, alla Dinamo, gioca un ragazzo di vent’anni che arriva dai dintorni di Donetsk. Fisicamente, è l’esatto contrario di Sheva. Basso di statura, fisico robusto, ma con un gran senso del gol. Si chiama Sergej Rebrov. I due giovani iniziano la prima stagione insieme mettendo a referto tredici gol in totale. Partono come riserve poi, poco a poco, iniziano ad entrare in pianta stabile nell’undici titolare. Quei due ragazzini terribili diverranno una delle coppie gol più prolifiche ed iconiche del calcio europeo anni ’90. Perché se lo United aveva i “Calipso Boys” Andy Cole e Dwight Yorke e la Samp aveva appena salutato i suoi “Gemelli del Gol” Vialli - Mancini, per pochi, ma splendenti anni, la Dinamo Kiev incanterà il continente con il duo Sheva – Rebrov.

    I gemelli del gol
    La squadra trionfa a ripetizione in campionato e nella coppa nazionale e nel 1997, per provare a fare il definitivo salto di qualità in Europa viene chiamato in panchina una leggenda del calcio sovietico. Valery Lobanovsky. Eccolo il secondo incontro fondamentale nella carriera del futuro bomber milanista. Si tratta, in realtà, di un ritorno dell’ex ct della Unione Sovietica, ma questa volta il compito che deve portare a casa è molto più arduo. La Dinamo vuole entrare in una dimensione europea. Vuole giocarsela alla pari con le grandi di Italia, Germania, Inghilterra. Forte di una rosa che vede Shovkovsky in porta, il mediano Gusin a centrocampo e i giovani bomber a metterla in porta davanti come colonne di un team che è pronto a dare battaglia in Champions. Non è solo consapevolezza nei propri mezzi. Il cammino che gli ucraini affrontano in Europa nella stagione 1997 – 98 è condito da una vogl

  • Se mi chiedessero «Cuchu, ma ripartiresti altre cento volte dalla Serie D?», la risposta sarebbe sempre e solo «sì». Tornerei tutta la vita sui campi in terra sui quali andavo a giocare con l’Albissola.
    Quando sento i miei compagni lamentarsi del manto erboso non in perfette condizioni qui in Serie A, ripenso a quelle fasce d’argilla sulle quali correvo, oppure al vento che avvolgeva il ‘Bacigalupo’ di Savona e rendeva incontrollabile il pallone. E penso che questo sia il paradiso.
    Il soprannome «Cuchu» è nato proprio in quegli anni. Quante volte hanno sbagliato a chiamarmi in vita mia… «CAMBIASSO! CAMBIASSO!». Certo, poteva andarmi peggio. Magari mi chiamavo come uno scarso. La prima volta avevo 17 anni, andai tra i dilettanti con una paura immensa di non rivedere mai più il mio Genoa. Dopo 9 anni con il borsone della squadra del cuore, andare a giro con altri colori non è stato facile. Specialmente se devi partire dal punto più basso. Uscire dal nido, dalla zona di comfort. Mettere da parte il sogno. Non mi ritenevano pronto per la Primavera e non ci pensai un attimo: «Andre, basta che non ti fermi». Se incontrassi per strada quel me stesso di 4 anni fa, gli direi che è stata la scelta giusta.
    Fino a quel momento, ad Albissola ci ero andato solo in vacanza. Al primo allenamento arrivai direttamente dalla spiaggia. Ero spaesato, fu una bella botta misurarmi con una nuova realtà. Sentii subito le martellate dei contrasti, erano diverse. L’intensità e la cattiveria agonistica erano senza precedenti. Ero timido e i miei compagni giuravano di avermi sentito parlare solamente durante il girone di ritorno. Pensavano che avessi perso la lingua, probabilmente. Capii che giocare a calcio era un’altra cosa, che ero tecnicamente bravo ma dovevo svegliarmi. Dovevo crescere, come tutti d’altronde a quell’età. Non erano tanto i piedi, quanto la testa. Avevo bisogno di diventare uomo prima degli altri. Anzi, diciamo che dovevo essere fin da subito un ragazzo adulto.
    C’era chi studiava lingue, chi consegnava le pizze. E poi c’ero io che sognavo di diventare un calciatore. Quello che ho capito è che più scendi di categoria, più la passione per il calcio è forte e smisurata. Certo, quando volevo allenarmi di più, quelli che venivano da un’intera giornata di lavoro mi maledicevano al termine di un’ora e mezzo di seduta tra corsa e tattica. E avevano ragione. Quando sei nel settore giovanile non ti rendi conto di cosa siano realmente la fatica, le partite, i momenti topici e il valore delle situazioni. In Serie D c’erano giocatori con 15 anni di carriera alle spalle. Si fanno il mazzo durante la settimana e la domenica non vogliono perdere per niente al mondo. Nello spogliatoio ero il ragazzino, mi mettevano spesso nel mezzo ma le prendevo con simpatia. Due anni fa ho letto un’intervista di Andrea Cistana, arrivato in Serie A e in Nazionale grazie al suo Brescia. Anche lui era sceso in D, al Ciliverghe, e disse che rifarebbe quella scelta senza se e senza ma. Sono d’accordo. Ti rapporti con persone che studiano e fanno altro, usano il calcio come hobby. Giochi con i grandi, superi tanti step che la Primavera non ti propone. Potevo giocare 3 minuti, ma il martedì ripartivo a tutto fuoco. Correvo, correvo tanto. Mi piace farlo ancora: se un compagno mi vede dare il massimo, so di poter essere d’ispirazione e farlo andare più forte. Ad Alessandria, in Serie C, avevo 18 anni, e una serenità addosso fuori dal comune. Se fossi andato in prestito per la prima volta intorno ai 19 anni, adesso non sarei qui. Non sarei stato così sfacciato. Che poi, sfacciato: pensate che non ho ancora chiesto neanche una maglia da scambiare a fine partita, sono troppo timido. Ho giocato poche partite in Serie A, penso: «Ma chi la vuole la mia maglia…». Aspetterò che qualcuno venga da me. Anche se quella di Dybala non mi dispiacerebbe, per anni ho fatto il suo ruolo ed è un modello per me. Adesso nello spogliatoio ho Goran Pandev e Mimmo Criscito, è pazzesco essere nella

  • 3 aprile 2018. Juventus Stadium. Andata dei quarti di finale di Champions League. Di fronte, i bianconeri padroni di casa e i campioni in carica del Real Madrid. La vigilia era stata descritta dai media come la rivincita di Cardiff, ma in campo è tutta un’altra storia. Dopo tre minuti, Cristiano Ronaldo porta avanti i blancos. Poi, al minuto 64, realizza uno dei gol più belli della storia della competizione. Cross dalla destra. CR7, in mezzo all’area, con una rovesciata stupenda, manda il pallone nell’angolino. Due a zero. L’intero catino torinese applaude il rivale più forte. La gara finirà 3-0, ma non è questo quello che conta. Perchè da quel meraviglioso gesto tecnico sta per nascere una delle trattative di mercato più impensabili di sempre.
    LA TRATTATIVA
    Quando le due squadre si ritrovano contro, per il match di ritorno al “Bernabeu”, nessuno può intuire che, nelle ore precedenti alla gara, sia avvenuto un incontro misterioso e segreto. Un faccia a faccia. Da una parte Jorge Mendes, uno dei procuratori più potente al mondo. Dall’altra Fabio Paratici, braccio destro di Beppe Marotta alla Juve. L’uomo che gestisce tutte le trattative di mercato dei bianconeri. Paratici si complimenta con Mendes per la prestazione di Ronaldo. La risposta dell’agente però lascia spiazzato il ds juventino. “Cristiano vuole andare via da Madrid. E vuole solo la Juve”. Nessuno, nemmeno il tifoso bianconero più ottimista e sognatore può immaginarsi CR7 a Torino. È vero che la Juventus è, da qualche anno, tornata nel gotha del calcio europeo. Scudetti e coppe nazionali a ripetizione. Due finali di Champion’s. Ma qui c’è di più. Qui stiamo parlando del calciatore, se non più forte al mondo, più vincente e dominante. Paratici non ne parla con nessuno, ma quando i due si rivedono a Milano, a maggio, per chiudere il trasferimento a Torino di Cancelo, Mendes rilancia. “Cristiano vuole solo top team, con una grande storia e un futuro vincente”. La conferma che il portoghese vuole cambiare aria arriva dopo la finale di Champions League. Il 7 dei blancos, dopo la conquista della terza coppa di fila, non festeggia con i compagni. Con un cenno chiama il giornalista Rodrigo Faez e alla domanda dell’intervistatore sul suo contratto risponde “È stato bello giocare nel Real Madrid, valuterò il mio futuro”. È tutto vero, Florentino non è disposto a rinnovargli il contratto alle cifre richieste. Cristiano, dopo aver scritto la storia del Madrid, vuole andarsene. Paratici inizia a muoversi. Sa che, per rilanciare la squadra, a fine ciclo dopo sette scudetti consecutivi, ci vuole un grande shock. Tempo dopo, in una intervista alla Gazzetta dello Sport, dichiarerà che l’obiettivo numero uno era Mauro Icardi dell’Inter. Ma l’occasione Ronaldo è troppo grossa. Andrea Agnelli prima crede si tratti di uno scherzo. Poi, numeri alla mano, dà il suo ok e, a questo punto, a Mondiale in corso, parte la trattativa vera e propria. All’inizio sembrano solo gossip. Sparate da calcio mercato. Marotta, ad ogni domanda sul giocatore, non conferma e non smentisce e questo, per gli esperti in materia, significa solo una cosa: che è questione di tempo, perchè la Vecchia Signora è sul giocatore. Il ragazzo, intanto, è stato eliminato agli ottavi del Mondiale dall’Uruguay e si trova in vacanza in Grecia. Con Zidane in partenza e il feeling con Florentino Perez ai minimi termini, non esiste che resti in Spagna. La destinazione più probabile: l’amato United. Voci di corridoio danno per certo l’arrivo a Old Trafford, anche grazie all’intercessione di Sir Alex. Ma la Juve non molla. Giorno dopo giorno le notizie prendono conferma e, quando sembra che la trattativa entri in una fase di stallo, ecco che da Torino calano l’asso. Il pomeriggio di martedí 10 luglio, dall'aeroporto di Caselle, decolla un jet privato. A bordo Andrea Agnelli. Destinazione: Costa Navarino, il luxury residence dove Cristiano sta passando le vacanze. Le foto parlano chiaro. Nessuno si nasconde. La Juve sta per acquist

  • Tanto elegante quanto fragile. Marco Van Basten è entrato senza ombra di dubbio nell'Olimpo dei calciatori più grandi di tutti i tempi. Eroe di Ajax, Milan e Olanda, pur dovendo rinunciare alla sua carriera a soli 30 anni. Con l'Ajax vince 3 campionati, 3 coppe dei Paesi Bassi e una Coppa delle Coppe, oltre alla Scarpa d'Oro, ma con il Milan entra definitivamente nella storia del calcio. Insieme a Gullit e Rijkaard comporrà il Milan degli Olandesi che sotto le direttive di Arrigo Sacchi incanterà tutti i tifosi rossoneri e non solo vincendo due volte consecutivamente la Coppa dei Campioni nel 1989 e nel 1990 e lo scudetto nel 1988. Nell'epoca di Maradona e Platini riesce a imporsi al loro livello e a vincere anche il Pallone d'Oro consecutivamente nel 1988 e nel 1989. con Fabio Capello, che succede a Sacchi come allenatore del Milan, vince altri 3 scudetti, un'altra Coppa Campioni e il suo terzo Pallone d'Oro nel 1992. A ciò si unisce il trionfo del 1988 agli europei in Germania dell'Ovest con l'Olanda, battendo in finale l'Unione Sovietica.
    Una grande carriera che però si è dovuta arrendere sotto il peso degli infortuni. Non sono bastati quattro interventi per permettere alle sue caviglie di aiutarlo a esprimere il suo calcio, così unico ed elegante e nel 1995, a soli 30 anni, è stato costretto ad annunciare prematuramente il ritiro dal calcio giocato.

  • 6 Settembre 1995. Empire Stadium di Wembley. In programma un'amichevole tra i padroni di casa, organizzatori di Euro ’96, e la Colombia. Jamie Redknapp, centrocampista del Liverpool al suo debutto con la nazionale inglese, prova un cross in area verso le punte. Il traversone è totalmente sbagliato. Imprendibile per chiunque, la palla è diretta tra le braccia del portiere avversario. Una presa semplice con i difensori che nemmeno guardano il loro compagno. Il ragazzo in porta, però, non è un classico portiere. Definirlo stravagante è riduttivo. È un personaggio che ha fatto la storia della Colombia calcistica e non solo. Si tratta di Josè René Higuita Zapata. Atipico, forse pazzo, sicuramente avvezzo alle sorprese. E infatti, invece che bloccare la palla con le mani si inventa d’improvviso “il colpo dello scorpione”. Tuffo in avanti con il corpo, talloni in alto dietro la testa e sfera respinta con le suole degli scarpini. Talmente forte, da arrivare oltre l’area di rigore. “É la palla che avevo aspettato di calciare da una vita”. Dirà a fine partita. Ma la storia romanzesca di René Higuita non si ferma solo a quella sera londinese. Anzi, parte da molto più lontano. Il 27 agosto 1966, in qualche barrio della caotica Medellin, viene alla luce Jose Renè Higuita Zapata. Il padre non si sa chi sia, la madre muore quando lui è un bambino e, di fatto, cresce solo con la nonna e il suo miglior amico: il pallone. Si guadagna da vivere vendendo giornali per strada, ma con il calcio non se la cava male. Inizia in attacco, poi, come in tutte le storie di campioni che si rispettino, il destino decide diversamente. Ad un torneo giovanile si fa male il portiere titolare. Non ci sono le riserve e René si mette tra i pali. Tra quei pali che non abbandonerà mai più. Ma qui siamo dentro un racconto latino americano, dove tutto è illogico e sorprendente. Perchè Renè decide che sarà sí portiere, ma non solo. Diviene uno dei primi portieri – goleador del calcio. Rigori, punizioni, in mischia. Il suo repertorio è vasto e presto gli viene affibbiato il soprannome “El Loco” (Il pazzo), che calza alla perfezione per questo ragazzo dal look stravagante, che vuole rivoluzionare il futbol. Trionfa in Copa Libertadores con l’Atletico Nacional. Perde contro il Milan la finale di Intercontinentale e poi si va in Italia, per i mondiali del 1990. É la Colombia di Rincon, Escobar, Valderrama. Di Francisco Maturana come ct. Passano il girone come terzi e incontrano agli ottavi a Napoli il Camerun. Ai supplementari vanno sotto 1-0 e al minuto 108 succede l’impensabile. Il soprannome “El Loco” si materializza sul prato del “San Paolo”. Higuita riceve palla quasi a metà campo e tenta di dribblare Roger Milla, leggendario numero 9 camerunense. Il portiere dei “Cafeteros” perde palla e regala un gol troppo facile al suo avversario. La partita, che finirà 2-1 per gli africani è anche l’ultima dell’estremo difensore di Medellin alla Coppa del Mondo. La sua vita piene di sorprese, però, non si ferma qui.

  • «Nonna dormi pure, è tutto vero». «No Matteo, non riesco. Non ci credo che sia successo davvero». Non riusciva a dormire. Non aveva neanche finito di guardare la partita contro il Torino. Non ce la faceva. Troppa ansia, troppe emozioni. Credo sia stata la prima volta che le è successo. «Ho giocato a San Siro, con la maglia del nostro Milan». Per una volta ero io a prendermi cura di lei. Se quel giorno avevo sostituito Simon Kjær nella Scala del Calcio, il merito e la colpa erano di Adriana e Gilberto, i miei nonni. Sono stati loro a portarmi allo stadio: abbonamento nel primo anello, settore arancio. Il pre-partita riesco ancora a riviverlo. Quando giocavamo nel posticipo serale, ci trovavamo a casa loro insieme a mio cugino. Facevamo merenda, mangiavamo un toast prosciutto e formaggio e scendevamo. A piedi fino all’incrocio, dove il pullman dei tifosi ci aspettava per portarci allo stadio. Quel Milan era tra le squadre più grandi al mondo ed era davvero un sogno entrare lì dentro. Se ci penso, ricordo lo stadio che si apre ai miei occhi, il profumo fortissimo dell’erba del campo.  Quel giorno, il 17 febbraio, ero io a prendermi cura di mia nonna. Avevo esordito in Serie A. Non mi aspettavo che sarebbe successo proprio in quelle ore. Simon si era infortunato, Pioli aveva chiamato Musacchio, che gli rispose: «Non ce la faccio, mi fa ancora male il polpaccio». Il mister non esitò: «Allora Matteo entri te». Era inverno, un freddo tremendo. Ero vestito come uno che sa di non entrare. In 3 secondi mi spogliai, credo di essermi tolto il giubbotto senza neanche abbassare la zip. I parastinchi, dalla foga e la fretta, mi scivolarono pure dalle mani! E alla fine niente, eccomi lì, in mezzo alla difesa insieme a Romagnoli. Alessio è un mio amico, come lo sono Fik e Simon. Fik lo prendo sempre in giro: secondo me neanche lui sa pronunciare il proprio nome. «Oluwafikayomi Oluwadamilola Tomori», ci ho messo diversi giorni per impararlo, ma adesso posso dire di essere il più bravo a ripeterlo nello spogliatoio. Ci vogliamo bene, ci diamo consigli. Kjær mi spiega spesso la fase di posizionamento. Indossare la maglia del Milan a San Siro è un carico di emozioni. Per questo devi imparare a gestire tutti i momenti: quelli dove il cielo è chiaro, quelli dove il cammino è a piedi scalzi sulle spine. Ho incontrato dei compagni stupendi: non solo Kjær e Roma, ma anche Borini, Biglia e tanti altri. Il gruppo è fantastico. Per essere qui ho lottato con le unghie. Sono entrato per la prima volta a San Siro nel 2004. E a giudicare dall’inizio, la mia avventura con il Milan non poteva che essere stupenda. Giocavamo contro la Fiorentina, io avevo da poco compiuto 5 anni. Vincemmo 6-0: Seedorf, Crespo, poi Sheva. E poi ancora Crespo, Sheva, a chiudere la doppietta di Seedorf. Una giornata trionfale: sulla strada verso lo stadio, i tifosi della Fiorentina tirarono diverse uova verso i vetri del pullman e io scoppiai a ridere. La cosa mi divertiva così tanto, non chiedetemi perché.

  • Dal DISASTRO Ventura a CAMPIONI D'EUROPA ||| Il TRIONFO dell'ITALIA Saka è sul dischetto del rigore. È il quinto penalty, quello decisivo per decretare un vincitore o per andare a oltranza. Sapete tutti cosa sta per accadere. L’avete visto con i vostri occhi, avete vissuto quel momento e l’avete fatto vostro. Rimarrà indimenticabile per sempre nelle vostre vite. Lo racconterete ai vostri figli, ai vostri nipoti, alle persone che non hanno potuto provare quelle emozioni speciali, uniche. Vi ricorderete dove eravate, con chi eravate, cosa è successo subito dopo. Sono istanti che durano per sempre. Questa è solo una delle tante istantanee dalla quale potevamo partire. Perché dietro ogni singola partita, ogni singola azione ci sono storie che meritano di essere raccontate. Per interiorizzare ciò che sta per accadere bisogna capire come si è arrivati fin lì, perché non è importante sapere solo come si è conclusa la storia, ma soprattutto come si è svolto il viaggio. Bisogna capire perché è così essenziale parare quello stramaledetto rigore. Questa volta c’è qualcosa di più, non è semplicemente l'avventura della nostra Nazionale. È una storia di persone che hanno cambiato il mondo dello sport, una storia di uomini che meritavano di alzare una coppa in quello che è il tempio del calcio. 

  • La Superba, Francesco Petrarca fu il primo a chiamarla così. Per il suo portamento elegante e maestoso, visibile solo a chi la osservava dal mare. Genova è unica, gelosa come nessuna delle proprie ricchezze, degli angoli che tiene nascosti agli occhi inesperti di un forestiero. È una città schiva, un po’ timida e follemente orgogliosa. Forse più dei suoi difetti che dei suoi pregi. Ed è proprio questo senso smodato di appartenenza, questa chiusura mentale anche verso il potere di Milano e Torino, che le ha permesso, 30 anni fa, di diventare il teatro dell’ultima vera favola del calcio italiano: la Sampdoria di Paolo Mantovani.  A Genova, fino al 1946, oltre al Genoa dei 9 scudetti, vinti tutti tra il 1898 e il 1924, c’erano altre due squadre: la Sampierdarenese e l’Andrea Doria. La prima era iscritta al campionato di Serie A, ma versava in condizioni economiche disastrose, la seconda era stata esclusa dalla massima serie, ma al contrario disponeva di ampia liquidità e aveva comprato giocatori di primo livello. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, a Sampierdarena, in uno dei quartieri più poveri e popolosi della città, all’interno dello storico Bar Roma, i soci della Sampierdarenese si riunirono per decidere se fondersi o meno con l’Andrea Doria. Nei primi 40 anni di storia, la Samp non riuscì mai ad alzare neanche un trofeo, retrocedendo in Serie B in due occasioni. Il fondo venne toccato nel 1978, quando ottenne il peggior risultato della propria storia, piazzandosi al 9° posto nel campionato cadetto.  “Genova non avrà mai più una grande squadra”. La frase di Edmondo Costa, presidente della Samp in quella stagione, dev’essere risuonata per giorni nella testa di Paolo Mantovani. In effetti, gli anni in cui Genova comandava il calcio italiano erano ormai un lontano ricordo, il livello della Serie A si era alzato sempre di più e i dirigenti blucerchiati pensavano fosse impossibile vedere un giorno la Sampdoria tra le grandi. Beh, si sbagliavano di grosso. Non potevano ancora saperlo, ma c’era un signore con le idee chiare e sogni enormi, pronto a condividerli con un popolo intero. Esistono uomini in grado di cambiare il corso delle cose. Talmente coraggiosi da mettere in discussione la storia e riscriverla a loro piacimento. Paolo Mantovani è uno di questi. Nato a Roma, si trasferì a Genova a 25 anni per non lasciarla più. Il percorso che lo ha portato a diventare presidente della Sampdoria meriterebbe un documentario a parte. Malato di calcio e tifoso laziale, entrò nella Samp come addetto stampa tra il ‘73 e il ’76, ben presto però capì i limiti e i problemi di una società di calcio. Secondo lui gestita con troppa leggerezza e scarsa professionalità. Decise di mollare e investire tutta la sua vita nella carriera imprenditoriale. In poco tempo divenne un petroliere potente e ricchissimo, e quando nessuno ci credeva, a pochi mesi da quella dichiarazione di Edmondo Costa che aveva fatto infuriare Genova, acquistò la Sampdoria in Serie B il 3 luglio 1979. Il giorno della svolta nella storia del Doria.

  • Se provate ad entrare in casa di un qualsiasi giocatore in pensione, è praticamente certo che troverete una stanza le cui pareti sono decorate di medaglie e riconoscimenti. Ricordi dei loro giorni passati sul rettangolo verde mostrati con grande orgoglio. Sono il lascito delle loro carriere che vengono inevitabilmente erose dal tempo. Tutti hanno un oggetto che amano più rispetto ad altri. Esiste però un calciatore il cui cimelio più prezioso non è un trofeo ma un paio di scarpini. Li conserva all’interno di una teca di vetro e li espone con grandissima fierezza. Li ha indossati sabato 24 settembre 1983 a Barcellona, stadio Camp Nou. Il Barca sfida l’Athletic Bilbao campione in carica nella Liga. Tra i padroni di casa, brilla la stella di Diego Armando Maradona.
    La gara è già sul 2 a 0, quando il Diez tocca la palla con il suo magico sinistro. Alle sue spalle, però, si getta in spaccata il suo marcatore. É una colonna del Bilbao, gioca in difesa, e quella sera ha l’ingrato compito di marcare a uomo il Pibe de Oro. Si chiama Andoni Goikoetxea. È proprio lui il giocatore che tiene le scarpe indossate quella sera come reliquia. In Catalunya è tutto tranne che amato, visto che, anni prima, in uno scontro di gioco, aveva rotto il ginocchio a Bernd Schuster. Ma è quella sera che avviene l’episodio che cambierà per sempre la sua vita. Perchè dal settembre 1983, il difensore basco non sarà più conosciuto come “Il Gigante di Alonsotegi”, ma come “Il macellaio di Bilbao”. Quando “El Gigante” si infila nel tunnel per entrare in campo, sa già che non sarà una gara qualsiasi. Certo, i suoi sono campioni di Spagna e sono favoriti per il bis, ma c’è dell’altro. Andoni, un volto duro come le montagne dei Paesi Baschi, è per tutti i tifosi “culè”, l’uomo che ha rotto Schuster, il talentuoso fantasista tedesco. Si aspetta solo una cosa: i fischi che i 90mila del Camp Nou gli rifileranno ogni volta che toccherà palla. Javier Clemente, il suo allenatore, forse per evitare guai peggiori, lo mette in marcatura non su Schuster, ma su Maradona. Diego è la nuova stella dei blaugrana. Goikoetxea conosce il suo compito. Difendere e picchiare, non importa chi hai davanti. Anche in quel modo i biancorossi bilbaini hanno trionfato in Liga l’anno prima. La partita, però, è un’agonia per i suoi e il pubblico di casa si diverte a provocare l’odiato rivale. Schuster entra duro su di lui, l’arbitro fa correre a quel punto, in Andoni, qualcosa cambia. Perde la testa e desidera solo vendetta. Non ha un obiettivo preciso, basta che indossi la casacca rossoblu catalana. Minuto ’58. Maradona corre incontro alla palla per anticipare un suo compagno. Un tocco solo per allungarla. Poi, il buio. Goikoetxea entra in scivolata, con una forza e violenza esagerata, sulla caviglia sinistra dell’argentino. Diego cade in maniera innaturale, quasi lasciandosi la gamba dietro al corpo. Fa in tempo a toccarsi la gamba, poi si accascia. “Mi sono rotto tutto” grida, mentre qualche rivale gli intima di rialzarsi e “El Gigante” si becca il cartellino giallo. Anni dopo, affermerà: “Avevo sentito un rumore forte, come di un legno che si spezzava”. La caviglia del Diez si sbriciola in tre punti diversi. Lo stadio intero è incredulo. Il ventiduenne di Lanus esce in lacrime, mentre il Gigante di Alonsotegi smette di esistere. D’ora in poi, per la Spagna e il mondo del calcio intero, sarà per sempre “El carnicero de Bilbao”.

  • Il 19 luglio del 1966, l’Italia esce dal Mondiale inglese dopo una clamorosa sconfitta contro la Corea del Nord. Un risultato talmente inaspettato che, per anni, il termine “Corea” nel calcio tricolore sarà sempre associato a questa disfatta. Il 18 giugno 2002, la nazionale azzurra, guidata da Giovanni Trapattoni, scende in campo a Daejon per gli ottavi di finale di un altro Mondiale. E, ironia della sorte, i nostri affrontano proprio una delle nazioni ospitanti. La Corea del Sud. L’Italia è partita per l’Estremo Oriente come una delle favorite. La sua rosa è fatta in gran parte di campioni all’apice della loro carriera. L’entusiasmo per i ragazzi del Trap si è gonfiato a dismisura con il passare del tempo. Forse troppo. Infatti, quando i nostri escono dal tunnel del nuovissimo impianto coreano, nel dentro o fuori con i ragazzi di Hiddink, l’atmosfera non è più la stessa di un qualche mese prima. E il rischio di rivivere, 36 anni dopo, un’altra “Corea” è concreto. Anche perchè, gli azzurri dovranno vedersela anche con un altro, inaspettato, avversario. Ma per capire come siamo arrivati a questa drammatica situazione, dobbiamo fare un piccolo salto indietro nel tempo. (ALTRA POSSIBILE INTRO)
    La nazionale italiana che deve ripartire dopo la beffa di Euro 2000, viene affidata a Giovanni Trapattoni. Uno degli allenatori più vittoriosi della storia del nostro calcio. La rosa a sua disposizione è, senza dubbio, una delle migliori degli ultimi anni. Il girone di qualificazione è tutto tranne che proibitivo. Un gruppo modesto, dove i nostri non brillano per gioco espresso, ma riescono comunque a qualificarsi come primi. Si va in Estremo Oriente, nonostante un fischiatissimo 1-0 agli ungheresi a Parma. Un campanello d’allarme, che forse il clan Italia non ascolta come dovrebbe. Come può una squadra che presenterà, tra i 23 convocati, nome del calibro di Totti, Del Piero, Vieri, Inzaghi, Maldini, Buffon, Nesta e Cannavaro, preoccuparsi di qualche scialbo risultato? L’opinione pubblica mette gli azzurri sul podio dei favoriti assieme ai campioni di tutto della Francia e all’Argentina di Crespo e Batistuta. Storicamente, non un buon auspicio. I problemi, però, non tardano ad arrivare. Per esempio, ad aprile, in un inutile test match contro l’Uruguay, si infortuna il terzino titolare, Gianluca Pessotto. Un mese dopo, al momento di diramare le convocazioni finali, ecco la sorpresa. Roberto Baggio, che aveva cercato in tutti i modi di recuperare dall’infortunio per vestire un’ultima volta la maglia azzurra, viene escluso dai 23. I tifosi la prendono malissimo e a nulla valgono le giustificazioni del Trap, che vuole giocarsela con “i suoi”, con quelli che da due anni lo hanno accompagnato nel cammino verso l’Oriente.
    Il gruppo della fase a gironi è francamente alla nostra portata. Ci sono la debuttante Ecuador e le mine vaganti Croazia e Messico. Qualche sofferenza si può mettere in conto, ma l’Italia ha, senza dubbio, il miglior reparto offensivo del torneo. Migliore anche, sommando le riserve, di quello del Brasile. I nostri, nonostante una formazione tutt'altro che votata all’attacco, come da tradizione trapattoniana, vincono 2-0 contro l’Ecuador senza strafare, anzi sbagliando più volte il terzo gol.
    Tutto cambia all’inizio della seconda partita. Con la Croazia giochiamo una pessima gara. Già, perchè la nazionale, nonostante i top player in squadra, non è irresistibile come tutti pensavamo. Inoltre di mezzo ci si mette un altro avversario: una classe arbitrale che lascia qualche perplessità. Ci sono due episodi che non tornano. Sul risultato ancora fermo sul pari, Vieri mette in porta per l’1-0. Il gol è chiaramente valido, ma il guardalinee alza la bandierina. Fuorigioco. Passano cinque minuti e stavolta la rete di Bobo è regolare. Vantaggio azzurro. Eppure, quello che potrebbe essere, di fatto, la rete della qualificazione, diventa lo spartiacque del nostro mondiale.