Episódios

  • Stiamo vivendo un momento di transizione profonda e, per questo drammatica, soprattutto nei suoi risvolti sociali e ambientali. La pandemia ha indotto e più spesso imposto un cambiamento di alcuni elementi base della civiltà occidentale che coinvolgono la relazione tra individui e comunità, a cominciare dall’uso degli spazi nelle nostre case. È una prospettiva molto eccitante per l’architettura e per la nostra cultura in generale, ma anche una grande responsabilità.

    Dopo aver analizzato in questa serie tanti aspetti – dalle abitazioni ibride e flessibili al recupero dei borghi spopolati – nell’ultimo episodio cerchiamo di capire quanto gli ultimi due anni hanno influito sull’idea di progetto e sull’uso degli spazi pubblici e privati. A partire dal rapporto con l’ambiente circostante.

    «Io credo che oggi sia un imperativo cercare nuove forme per integrare naturale e artificiale», dice Carlo Ratti, direttore del Senseable Lab del MIT di Boston e uno dei progettisti italiani più noti a livello internazionale, in collegamento da Boston.

  • Vicini di strada, di casa e di vita. Si incontrano online e ora di nuovo dal vivo, condividendo alcuni valori fondamentali: partecipazione, inclusione sociale e gratuità. Sono i membri delle social street – come quella del quartiere NoLo a Milano, la più famosa del momento – che durante la pandemia si sono aiutati a vicenda per risolvere uno dei problemi più urgenti: l'impossibilità di avere una vita sociale. E che, in generale, rappresentano un bisogno sempre più diffuso di tornare a una vita di micro-comunità che sembrava essere stata cancellata dalla metropoli contemporanea.

    «Negli ultimi trent'anni siamo andati verso un progressivo individualismo e un crescente consumismo», dice Raul Pantaleo, l'architetto degli ospedali di Emergency nel mondo. «Adesso dobbiamo ricostruire un'idea di comunità, e l'architettura non può che essere partecipe di questa trasformazione». In che modo? Favorendo nuove forme di convivenza tra le persone e ripensando la funzione degli spazi pubblici e privati, delle piazze come delle case: luoghi che possono curare e dare benessere, per quello che rappresentano per ciascuno di noi ma soprattutto per la bellezza che possono trasmettere.

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  • «Saranno luoghi dove andare a incontrare persone, costruire relazioni, stimolare idee e progetti», dice Davide Dattoli, co-fondatore di uno degli spazi di condivisione del lavoro più famosi al mondo, Talent Garden. E saranno soprattutto network aperti, che dialogheranno con i quartieri che li circondano, veri e propri co-working di prossimità, parte di quella “città dei 15 minuti” oggi tanto in voga.

    Si pensava che il Covid avesse messo in crisi questo modello, così come Airbnb e altri nomi celebri della sharing economy, e invece i cambiamenti imposti della pandemia lo ha ulteriormente accreditato. Grazie alla tecnologia digitale, abbiamo imparato a sfruttare in maniera fluida spazi ibridi e flessibili, e a condividerli più facilmente nel momento in cui non li stiamo usando. La stessa centralità della casa, riscoperta con l'obbligo del distanziamento sociale non solo non viene messa in discussione, ma anzi diventa una nuova garanzia di sicurezza e salubrità.

    Ne parliamo con: Cristina Pozzi, direttrice generale di Treccani Futura; Davide Dattoli, co-fondatore di Talent Garden; e Andrea Ragona, assessore alle politiche del territorio e sviluppo urbano sostenibile del Comune di Padova.

  • Durante il lockdown, quando “Zoom” è diventata una delle parole pronunciate più spesso nel mondo, in soggiorno o in un angolo della cucina abbiamo allestito un vero e proprio set nel quale metterci in scena nelle relazioni col mondo esterno. Abbiamo scelto gli sfondi, i colori, le luci, perfino i libri giusti da mettere alle spalle per esibire la parte migliore di noi, come del resto facciamo già da tempo sui social.

    Questo nuovo modo pubblico di abitare gli spazi privati ha cambiato anche i nostri abiti. Il modello femminile classico, quello delle top model, è scomparso e si è accentuata una tendenza a-gender, per cui i vestiti sono diventati unisex, più morbidi e anche un po' sciatti. Tanto che, per il futuro, gli stilisti delle maison del lusso hanno cominciato a ragionare su un nuovo concetto di comfort attraverso collaborazioni con brand di abbigliamento sportivo.

    Ma le necessità imposte dal lavoro agile e dalla convivenza forzata con mariti, mogli e figli costantemente online ci hanno fatto scoprire anche quanto bisogno abbiamo di “spazi di rigenerazione”, ovvero ambienti ricavati su misura in cui prenderci un momento di pausa e di cura minuta, semplice, dalla vita quotidiana.

    Ne parliamo con: gli scenografi Margherita Palli e Marco Rossi; con Antonio Mancinelli, giornalista e storico della moda; e con l'architetto torinese Roberta Durando.

  • Irrequieta, cannibale, contraddittoria e amante del futuro. Milano ha fatto della modernità la sua cifra. Anche troppo, nel senso che corre a una velocità impressionante, lasciando indietro chi corre a una velocità diversa, tanto che le richieste di misure di sostegno, cioè reddito e pensione di cittadinanza, nel 2021 sono cresciute dell’85%, mentre tra centro e hinterland hanno chiuso 600 negozi.

    Per raccontarla, avremmo potuto alzare lo sguardo verso le ultime vette della “città verticale”, costruite da grandi fondi immobiliari quasi tutti nelle mani di fondi finanziari. E invece abbiamo scelto di restare al piede dei palazzi popolari nelle zone ai margini, dove complessità e fragilità sono termini sempre attuali, nonostante la diffusa gentrificazione di alcune zone come Isola o NoLo, e i profondi cambiamenti avvenuti negli ultimi anni.

    Ne parliamo con: Gianni Biondillo, scrittore e residente di via Padova, una delle strade periferiche per eccellenza; Alessandro Maggioni, presidente del Consorzio Cooperative Lavoratori; Gabriele Pasqui, professore di Politiche Urbane al Politecnico di Milano; Federica Verona, architetto e ideatore di Super! Il festival delle periferie.

  • Le aree interne e i piccoli borghi rappresentano il 60% del territorio italiano. Vere ricchezze, che però, a partire dagli anni del boom economico, hanno vissuto un progressivo spopolamento.
    Durante la pandemia questa tendenza si è invertita: migliaia di persone, soprattutto giovani, hanno cercato di reinventarsi lasciando uffici e grandi città per trasferirsi in posti più piccoli. Come nuovi “Ulissi”, in molti sono tornati a casa, al Sud o in montagna, da dove anni prima erano fuggiti. Se questo fenomeno si confermerà in futuro, che cosa si sta facendo per investire nella valorizzazione dei borghi e nel recupero delle abitazioni? Come si potrà vivere coniugando la necessità di infrastrutture adeguate e il desiderio di stare più a contatto con la natura?
    Ma soprattutto, quali benefici e quali conseguenze possono derivare dalla scelta di un’esistenza lontana dalle grandi città? E in che modo si potrà sfruttare il bagaglio di esperienze e conoscenze della vita precedente per creare nuove opportunità in luoghi che, come dice la professoressa Elena Granata, «non devono rinascere, ma essere reinventati e riscritti»?
    Ne parliamo con: Elisa Bacchetti, responsabile di GrandUp! Impact Mountain School, Andrea Membretti, sociologo e coordinatore scientifico di una ricerca svolta da Riabitare l’Italia, ed Elena Militello, fondatrice dell’associazione South Working.

  • Tra aprile e novembre 2021, un milione 195.875 italiani si sono dimessi volontariamente: il 23% in più rispetto ai tempi pre-Covid e soprattutto nella fascia d’età tra i 26 e i 35 anni. Sono queste le dimensioni del fenomeno delle “grandi dimissioni” che sta sconvolgendo il mondo del lavoro ed è in buona parte una conseguenza del modo agile in cui quel lavoro verrà svolto sempre di più - principalmente da casa - creando nuovi bisogni e nuove abitudini.

    Quanto spazio c’è, però, per queste funzioni in appartamenti figli del secolo passato e di una divisione rigida tra una zona living, quella della cucina e dei servizi, e l’area notturna, privata e del riposo? Una struttura fisica e concettuale del genere non può sopravvivere a un mondo sempre più fluido e ibrido che impone cambiamenti continui nell’uso quotidiano e immediato dei luoghi domestici.

    Ma soprattutto, torneremo un giorno a lavorare in un ufficio? E come sarà: un open space con scrivanie incollate l’una all’altra oppure una batteria di cubicoli divisi da lastre di plexiglass? Forse né l'uno né l'altra, piuttosto un ambiente accogliente, che riprodurrà il comfort tipico delle nostre case, con caffetterie e angoli in cui socializzare, molte meno scrivanie e pareti scorrevoli in grado di creare sale riunioni a seconda delle necessità del momento.

    Ne parliamo in questo episodio con: Flavia Amoroso, Operation Manager dell'associazione South Working e "grande dimissionaria"; Chiara Bisconti, autrice del libro "Smart, agili, felici"; Francesca Magni, direttrice del mensile "Casa facile", e Nicola Russi, cofondatore dello studio di architettura Laboratorio Permanente.

  • «Durante il secondo lockdown», racconta il cantautore Motta, «con mia moglie (l'attrice Carolina Crescentini) abbiamo deciso di trasferirci per un mese in campagna a Sacrofano, a 40 minuti da Roma. Dovevamo stare lì un mese, alla fine siamo rimasti sei mesi». E Motta non è il solo.

    Circa 840.00 famiglie hanno dichiarato di essere alla ricerca di una nuova casa, quasi un italiano su quattro sta progettando di cambiarla nei prossimi quattro anni: nella metà dei casi, ha preso questa decisione tra il 2020 e il 2021. Il 65% è disposto ad allontanarsi da un luogo vicino al lavoro pur di avere un po' di verde a pochi minuti di cammino, il 67% pur di avere un terrazzo o un giardino.

    Tutto questo è confermato anche dall'esplosione del mercato dei prodotti per l'outdoor: è il segno tangibile di un desiderio diffuso di recuperare spazi aperti, naturali, che da un lato possono trasformarsi in occasioni di socialità e dall'altro farci aprire gli occhi sul bisogno di sostenibilità. Secondo un sondaggio di Assoimmobiliare, 2 italiani su 5 sarebbero disposti a pagare anche il 20% in più per avere una casa con un minimo impatto sull'ambiente e la massima efficienza energetica, o ristrutturata in chiave "green".

    Ne parliamo in questo episodio con Elena Granata, docente di Urbanistica al Politecnico di Milano, Alessio Bellin, amministratore delegato del marchio Gibus, che produce pergole e tende da sole e sostiene questa serie di podcast, e con il filosofo Emanuele Coccia.

  • La casa è stata il luogo in cui i sensi stati accolti e ampliati al riparo dal rumore e dalle paure delle città. Il Covid-19, però, li ha colpiti per primi: uno dei sintomi più evidenti della malattia, infatti, è stata la perdita dell'olfatto, anche se – racconta la neuroscienziata Anna D'Errico – è una condizione diffusa regolarmente nella popolazione molto più di quanto si creda.

    In generale, la pandemia ci ha fatto scoprire di avere un corpo: abbiamo subìto un calo dell'attività sessuale, dormito peggio, digrignato i denti e perso l'abitudine con alcuni odori naturali. In compenso, sono esplose le app per monitorare il movimento e soprattutto le vendite di elettrodomestici. Perché, invasi gli altri ambienti da connessioni e computer perennemente accesi, al centro della nostra vita intima è rimasto lo spazio alchemico per eccellenza: la cucina.

    «Dalla casa di domani ci aspettiamo non solo che sia accogliente, ma che abbia tutto!», dice la rapper Big Mama, studentessa del terzo anno di Urbanistica al Politecnico di Milano, che in questo episodio racconta di aver dovuto affrontare durante la pandemia la sfida più impegnativa della sua vita, legata proprio al corpo. Ma dovrà anche essere una casa in grado di proteggerci da contatti pericolosi: un luogo touchless, con bagni hi-tech, rubinetti intelligenti e specchi che fungono da data-center, grazie al riconoscimento facciale, e pieno di oggetti prodotti con materiali ferrosi come l'ottone e il rame, dalle proprietà antibatteriche. Ne parliamo con Anna Barbara, docente del Dipartimento di Design del Politecnico di Milano che da anni studia il rapporto tra progettazione e sensi.

  • La pandemia ha cambiato la nostra percezione della casa: prima rifugio, poi prigione; fortezza e caverna. Un luogo in cui abbiamo dovuto sperimentare nuove forme di sopravvivenza e di convivenza, di creatività e capacità di adattamento. Ecco perché, dopo esserci chiesti nelle prime due stagione di “Domani” se dopo lockdown e zone rosse saremmo diventati migliori o peggiori, in questa serie che è la sua naturale prosecuzione abbiamo nuove domande da porre: come vivremo e dove abiteremo? In quali città e in quale rapporto con gli altri e con la natura? Come e dove lavoreremo? Come ci muoveremo? Saremo davvero più attenti alla sostenibilità?

    Le prime risposte arrivano da Gary Chang, architetto e designer di Hong Kong, famoso per il suo micro appartamento, diventato un modello di riferimento globale anche per il futuro: una casa di 32 mq, completa di tutto.

    Poi da Cristina Bowerman, chef stellata che ha seguito la nascita di nuove abitudini nei consumi avviando due linee di delivery.

    Infine da Emanuele Coccia, filosofo che ora insegna ad Harvard, autore del saggio “Filosofia della casa”. «Oggi la casa», dice Coccia, «è sempre meno iscritta in uno spazio territoriale, metrico e geografico, ma sempre più in uno spazio psichico».

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  • Una delle serie più seguite e apprezzate durante i mesi di lockdown e zone rosse ritorna con uno spin off che si chiamerà “Le Case di Domani”. Dal 16 marzo, ogni mercoledì, per dieci settimane, Carlo Annese e Luca Molinari (professore ordinario di Teoria e Progettazione architettonica all’Università della Campania e autore del libro “Le case che siamo”) discuteranno con designer, urbanisti, filosofi, artisti, creativi e accademici di interni ibridi ed esterni da reinventare, smart working, sostenibilità e ritorno alla natura, città, periferie e nuovi modelli di sharing economy. In altre parole: del futuro di ognuno di noi.

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  • «Saremo migliori o peggiori?». Siamo partiti da questa domanda, cinque mesi fa, quando abbiamo cominciato questo podcast. Con il passare degli episodi quella domanda è scomparsa, non era più urgente: come l'idea stessa di un possibile cambiamento – dell'ambiente, delle relazioni, di noi come singoli e come comunità –, è stata travolta dalla realtà dei fatti.
    Con Nadia Terranova, scrittrice, finalista al Premio Strega 2019 e originale osservatrice dei nuovi costumi di un'Italia smarrita, proviamo a raccontare in questa ultima puntata di "Domani" i mesi che sono alle spalle e, soprattutto, quelli che verranno affidandoci agli insegnamenti che arrivano dalla grande letteratura, perché «è in momenti di trasformazione come questo che bisogna leggere».

    "Domani" è prodotto con il sostegno di Zacapa Rum (https://www.zacaparum.com/).
    Illustrazione di Andrea De Santis.
    Tema musicale di Giorgio Ferrero e Rodolfo Mongitore (Minus&Plus).

  • Tra film catastrofisti e documentari di denuncia, il cinema ha spesso anticipato la realtà o ne ha descritto le pieghe più oscure. In che modo racconterà, domani, il periodo e gli effetti della pandemia da Coronavirus? E quali conseguenze avrà sull’industria dello spettacolo questa crisi che non sembra affatto vicina alla conclusione? Lo abbiamo chiesto ad Andrea Chimento, uno dei critici più giovani e interessanti, che scrive sul “Sole 24 ore”. E la sua risposta è stata sorprendente.
    Con lui, che ha anche pubblicato un saggio sulle influenze degli attentati dell'11 settembre 2001 sulla produzione cinematografica degli Stati Uniti, abbiamo parlato di creatività, di mascherine sui set, di sale in gravi difficoltà e, soprattutto, di streaming in tv. Sarà quello, sempre di più, il futuro dei film?

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    Tema musicale di Giorgio Ferrero e Rodolfo Mongitore (Minus&Plus).

  • C'è un pensiero che, nonostante ci si sforzi, non riusciamo più a cancellare: per quanto il mondo che ci siamo costruiti intorno sia confortevole, nessuno di noi potrà più sentirsi davvero al sicuro. Nessuno. Nemmeno i più giovani, che per mesi i virologi avevano considerato praticamente invulnerabili, prima di un nuovo allarme sulla diffusione dei contagi anche tra gli under 25. Proprio adolescenti e ragazzi che nei giorni dell'emergenza hanno patito silenziosamente gli effetti collaterali del lockdown: l'interruzione dei rapporti sociali, la solitudine, l'istruzione a distanza, l'accettazione di regole e impedimenti. E soprattutto, l'incertezza sul futuro.
    Ne abbiamo parlato con Armando Toscano, uno psicologo sociale specializzato in relazioni tra persone, famiglie e spazi di vita, virtuali o reali. Nelle settimane più difficili dell’emergenza, Toscano ha coordinato uno sportello di ascolto gratuito del Comune di Milano e due progetti dedicati all’inclusione di adolescenti difficili e ritirati sociali (i cosiddetti hikikomori). La sua osservazione del fenomeno e le sue riflessioni su come siano mutati stati d’animo e rapporti sociali nei mesi scorsi sono il punto di partenza per capire che cosa accadrà nei prossimi mesi.

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    Illustrazione di Andrea De Santis.
    Tema musicale di Giorgio Ferrero e Rodolfo Mongitore (Minus&Plus).

  • Le nostre vite sono cambiate, e allo stesso modo è cambiato anche il linguaggio che usiamo. Siamo stati travolti dalle metafore belliche (la guerra dei medici-eroi contro il virus, nemico invisibile. Sono emerse nuove parole ("covidiota", per esempio), altre sono riemerse da dizionari burocratici e démodé (è il caso di "congiunti"), altre ancora (come come migranti o braccianti) ci hanno fatto riflettere sull'uso di un linguaggio tutt'altro che inclusivo. La lingua, del resto, riflette i cambiamenti sociali ed è a sua volta in grado di influenzare il nostro modo di percepire la realtà. In che modo è accaduto durante la pandemia, e con quali conseguenze, a medio e lungo termine? Lo abbiamo chiesto a Federico Faloppa, che insegna Storia della lingua italiana e Sociolinguistica nel Dipartimento di Lingue moderne dell’Università di Reading, in Gran Bretagna, ed è uno dei maggiori esperti di linguaggio di odio.

    «Per affrontare il domani avremo bisogno di riappropriarci del nostro tempo», dice il professor Faloppa, «che non è soltanto il tempo dettato dal consumo e dalla velocità. E dovremo avere una certa dolcezza nell'affrontare i problemi e una profondità nell'analizzarne le conseguenze.

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  • «Non so se vorrei regalare malinconia, per far cullare chi ascolta nel ricordo del disagio che ha vissuto sei mesi prima. Probabilmente vorrei regalare speranza o un pensiero che sia stimolante, che solleciti le persone a muoversi senza che questo diventi per forza un atto politico». Per Gianluca Picariello, molto più conosciuto con il nome d'arte Ghemon, la pandemia è stata un'occasione per interrogarsi su che cosa significhi fare musica, crearla e suonarla dal vivo. Ecco perché proprio lui da alcune settimane è tra i cantanti in prima linea per difendere i diritti di una categoria che sembra ignorata dalle istituzioni.
    A Ghemon abbiamo chiesto se riusciremo tranquillamente a riabbracciare uno sconosciuto sotto il palco di un "live", se il futuro delle canzoni sarà sempre più digitale oppure in vinile - il caro, vecchio disco sul quale lui stesso ha pubblicato il suo ultimo album, in pieno lockdown. E soprattutto se cambierà il rapporto fisico, affettivo tra le star del pop e i loro fan.

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    Tema musicale di Giorgio Ferrero e Rodolfo Mongitore (Minus&Plus).

  • Molti teatri, come i cinema, i musei e altri luoghi della cultura, hanno riaperto, ma sono ancora alle prese con le conseguenze del lockdown. Quasi metà dei cartelloni della scorsa stagione sono stati fagocitati dall'emergenza; le rassegne estive stanno ripartendo, ma per un numero di spettatori esiguo e ancora diffidente. Gli esercenti, le compagnie e tutto l'indotto sono vicini al crac economico, ed è molto difficile immaginare cosa accadrà nei prossimi mesi.

    Come cambierà il rapporto con la platea semivuota? In che modo il periodo di emergenza influirà sulla scrittura? Come si può evitare il fallimento di un intero settore: con un intervento più massiccio dello Stato oppure con un approccio imprenditoriale e privatistico? Ne abbiamo parlato con Davide Enìa, uno degli attori e drammaturghi più originali della scena teatrale italiana (ha vinto il Premio Ubu 2019 per il miglior nuovo testo per "L'abisso"), molto critico sulle scarse misure prese finora per sostenere lo spettacolo. «La prima conseguenza della pandemia», dice Enìa, «è la totale perdita di progettualità».

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  • Come saranno le nostre identità post crisi? E i nostri vestiti, come comunicheranno chi siamo diventati e cosa hanno significato per noi quelle esperienze complicate? Sono le risposte a queste domande che ci porteranno di nuovo nei negozi e a far funzionare di nuovo fabbriche e sartorie.
    La moda è uno dei settori che più si stanno interrogando sul futuro di un'industria che negli ultimi anni è stata presa da una sorta di bulimia produttiva. E per la prima volta alcuni dei nomi più importanti, da Giorgio Armani ad Alessandro Michele, hanno deciso di rallentare, ridurre il ritmo forsennato di sfilate, collezioni e capsule.
    L'emergenza sanitaria, insomma, è l'opportunità per un ripensamento. Con Gaia Segattini - fashion designer, imprenditrice con un proprio brand di maglieria, ma soprattutto divulgatrice sui temi del made in Italy e della manifattura sostenibile - parliamo di shopping online, di terzisti e piccole realtà costrette a produrre in fretta e a costi bassissimi (salvo poi non essere nemmeno pagate), di un nuovo modo di comunicare i brand, magari rinunciando all'improvvisazione degli influencer. E soprattutto immaginando quali abiti indosseremo domani. Perché durino oltre dopodomani.

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  • "Domani" ritorna con una nuova serie di dialoghi con intellettuali, artisti e creativi, per immaginare che cosa potrà accadere nella cultura, nella società e nel costume quando la pandemia sarà finita. Il primo incontro è con Sandro Veronesi, vincitore per la seconda volta del Premio Strega con "Il colibrì" e uno degli scrittori con l'approccio più aperto e complesso, come ha dimostrato anche durante l'emergenza con alcune prese di posizione davvero originali.

    Dalla lettera di ringraziamento a Papa Francesco a nome di una trentina di artisti alla critica feroce nei confronti del mondo laico e di chi oggi è alla guida del Paese per la disattenzione verso l'arte, la cultura e l'istruzione, Veronesi affronta con preoccupazione alcune grandi questioni per le quali questo "periodo inaudito" potrebbe essere un'occasione di ripensamento.

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  • Se c'è qualcuno che può parlare di come potrà essere il racconto della catastrofe, una volta che la pandemia sarà finita, Carlo Lucarelli è uno dei più indicati. Giallista, autore di noir ambientati al tempo del fascismo, grande narratore dei misteri italini pùi profondi, Lucarelli ha la capacità di usare il tempo che ci separa dai fatti che racconta – le trame segrete degli Anni 60, il terrorismo dei 70, il saccheggio degli 80 – per ricollegare i fili e farci vedere come siamo diventati nel frattempo. Esattamente quello che occorrerà nei prossimi mesi per capire se saremo diventati migliori o peggiori di prima; se avremo usato questo periodo di quarantena per imparare ad affrontare le nostre paure in modo diverso; se saremo in grado di trasformare lo choc che abbiamo vissuto (e che stiamo ancora vivendo, nonostante le riaperture), in uno strumento positivo, anche grazie alla letteratura.

    Con Lucarelli si conclude la prima serie di conversazioni di “Domani”. Dal 3 luglio torneremo con altre otto voci per immaginare come potrà essere il futuro dopo questa pandemia. Ricominceremo con Sandro Veronesi, un altro importante scrittore italiano. E poi continueremo parlando di teatro con Davide Enia, di moda con Gaia Segattini, di musica con Ghemon, di cinema con Andrea Chimento, di parole dell'emergenza con Federico Faloppa, di adolescenti città e relazioni con Armando Toscano, di nuova normalità (sperando che arrivi presto) con Nadia Terranova.

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