Эпизоды

  • Leonarda Cianciulli è stata una serial killer italiana, passata alla storia come "la saponificatrice di Correggio" per aver ucciso, tra il 1939 e il 1940, tre donne e averne occultato i cadaveri facendole a pezzi e sciogliendole nella soda caustica.

    Leonarda Cianciulli nasce a Montella, nella provincia campana di Avellino, il 14 aprile 1894. Le cronache di allora la raccontano come una donna socievole che aveva avuto una vita difficile: l’infanzia povera in un paese dell’Irpinia, qualche piccola truffa per sopravvivere, tre aborti, dieci figli morti in fasce e una madre che aveva osteggiato il suo matrimonio ed in punto di morte aveva maledetto lei e tutta la sua prole. 

    Il 23 luglio del 1930 un violento terremoto colpisce l’Irpinia e Leonarda Cianciulli si trasferisce con il marito Raffaele Pansardi a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, dove si guadagna un discreto benessere e una certa fama commerciando in abiti e mobili usati, leggendo le carte e preparando amuleti e pozioni per donne del paese che frequentano numerose la sua casa.

    A far scattare la follia omicida è, come scrive lei stessa nel suo lungo memoriale, la defunta madre Emilia che le appare in sogno minacciosa e terribile; per Leonarda Cianciulli è un segnale evidente: uno dei suoi figli sta per perdere la vita. Nella sua mente malata si fa strada un’unica soluzione possibile: compiere sacrifici umani per placare il demone della madre.

    Rinchiusa in carcere in attesa del processo, scrive le sue memorie in cui racconta minuziosamente i delitti, di come aveva sezionato i corpi, la bollitura nella cucina di casa per fare sparire ogni traccia, e ripete che la sua unica intenzione era di fare sacrifici umani propiziatori per salvare i figli dalla maledizione della madre.

    Con la fine della guerra, il caso della Saponificatrice di Correggio occupa le prime pagine dei giornali nazionali e internazionali, il fatto è clamoroso e il 12 giugno 1946, in un clima di grande attesa, molte persone affollano l’aula della Corte d’Assise di Reggio Emilia per il processo dell’anno. La donna, con un colpo di teatro, si addossa tutta la responsabilità degli omicidi e chiede l’allontanamento del figlio Giuseppe dalla gabbia degli imputati.

    L’accusa insiste con l’omicidio a scopo di rapina ma si oppone la difesa che chiede l’infermità mentale. La Cianciulli per tutti gli interrogatori non smetterà mai di affermare che lei non ha ucciso per interesse ma per allontanare l’incubo della morte dai suoi figli. Il dibattimento del caso Cianciulli dura una decina di udienze e si conclude il 20 luglio 1946: 30 anni per la saponificatrice con il beneficio della semi-infermità mentale, e assoluzione per Giuseppe Pansardi, per insufficienza di prove. Sentenza confermata poi in Cassazione.

    Leonarda Cianciulli passerà il resto della la sua vita nei manicomi criminali di Aversa, Perugia e Pozzuoli, dove farà sempre di tutto per rimanere. Continuerà a cucinare dolci prelibati che nessuno assaggerà, a leggere le carte e a predire il futuro alle detenute come aveva fatto nella sua casa di Correggio e a scrivere lunghe lettere agli amatissimi figli.

    A 76 anni, il 15 ottobre del 1970, Leonarda Cianciulli muore per un’emorragia cerebrale ed il suo cadavere viene sepolto in una fossa comune del cimitero di Pozzuoli.

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  • Era la notte tra il 28 e il 29 luglio del 1993 quando il boss di Altofonte Antonino Gioè venne ritrovato impiccato con i lacci delle scarpe nella cella in cui trascorreva la detenzione nel carcere di Rebibbia. Erano trascorse appena poche ore dalle bombe delle stragi di via Palestro a Milano e delle due basiliche di Roma.

    Le indagini ufficiali bollano il fatto come un suicidio. Secondo gli inquirenti di allora con quel gesto il capomafia, che si trovava a Punta Raisi il giorno della strage di Capaci, si sarebbe tolto la vita prima che fosse la stessa Cosa Nostra ad intervenire.

    C'erano intercettazioni in cui il boss aveva parlato dell' “Attentatuni” ed anche altri riferimenti su possibili attentati al Palazzo di Giustizia di Palermo o contro gli agenti di polizia penitenziaria in servizio a Pianosa. E nella conversazione intercettata dalla Dia c'è anche un riferimento al suo “padrino”, Leoluca Bagarella: “Ma ' stu Bagarella cu cazzu si senti? Oh, lo dico per scherzare, ah” disse al telefono.

    Ma queste non sono prove schiaccianti sulla morte, e quei fatti non hanno mai convinto troppo. Vi fu anche un'indagine giudiziaria a carico di tre agenti penitenziari che furono indagati per istigazione al suicidio di Gioè, ma vennero prosciolti senza chiarire i dubbi.

    C’è poi la pista alternativa secondo la quale la morte di Gioè non fu un suicidio: nelle foto scattate in quella notte nella cella i segni della corda sul collo non vanno verso l'alto, come sarebbe lecito aspettarsi se si fosse appeso alla grata, ma verso il basso il che fa pensare più ad una corda tirata da qualcuno.

    Anche l'autopsia fornisce diversi elementi che andrebbero chiariti. Gioè aveva la sesta e la settima costole di destra fratturate “a causa del massaggio cardiaco praticato su di esso”. Singolare che queste siano le ultime due costole della gabbia toracica mentre il massaggio cardiaco si esegue ben più in altro ad altezza del plesso solare.

    Sul tavolo della cella furono ritrovati anche tre lettere scritte a mano da Gioè: “Stasera ho ritrovato la pace e la serenità che avevo perduto 17 anni fa” aveva scritto il boss. Per gli inquirenti un semplice ultimo addio. Per chi vuole leggere tra le righe, forse, la possibilità di una futura collaborazione con la giustizia.

    Del resto Gioè è stato anche uno degli uomini chiave della trattativa Stato-mafia, non solo perché a lui si era rivolto il cugino Francesco Di Carlo dopo un incontro “con agenti segreti che parlavano inglese e italiano”, ma anche per quegli incontri con Paolo Bellini, estremista di destra, depistatore, nonché esperto d'arte.

    Vent'anni dopo dubbi e misteri su quel suicidio tornano a galla. Ed è forse ora di fare veramente luce su questi fatti.

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  • 6 maggio 1996, Chiavari. Sono da poco passate le 9.00 quando Nada Cella, impiegata ventiquattrenne, viene ritrovata barbaramente uccisa nell’ufficio del suo datore di lavoro, il commercialista Marco Soracco.

    La ragazza aveva appena aperto l’ufficio e acceso il computer. Presumibilmente, il suo assassino ha suonato alla porta e Nada, tranquilla, lo ha fatto entrare: la ragazza viene trovata con la testa fracassata da un oggetto contundente che, come spesso accade nei delitti di difficile soluzione, non sarà  mai trovato.

    E’ lo stesso Soracco a trovare la ragazza in fin di vita. La corsa al reparto rianimazione dell’ospedale San Martino è inutile: Nada muore sei ore più tardi.

    Sono i medici che soccorrono Nada a stabilire che la ragazza è stata vittima di una aggressione e non di un incidente, come inizialmente sembrava: scattano le indagini, ma nel frattempo la scena del delitto è stata irrimediabilmente inquinata: le tracce di sangue sulle scale del palazzo sono state lavate, così come quelle lasciate nell’ufficio.

    Le indagini si concentrano sul più facile dei sospettabili, cioè proprio il datore di lavoro di Nada, Marco Soracco. Il commercialista ha 34 anni, è laureato in economia e commercio e da qualche anno ha aperto a Chiavari uno studio molto avviato. Riservato, educato, scapolo e cattolico, vive con la madre e la zia nello stesso caseggiato dove si trova l’ufficio, al piano superiore. Il padre, scomparso due anni prima, era stato direttore del dazio e quindi responsabile dell’ufficio anagrafe del Comune di Chiavari.

    Il 7 maggio Marco Soracco viene sottoposto ad un estenuante interrogatorio di ben 14 ore. Per lui inizia un calvario destinato a concludersi più di un anno dopo. Insieme alla sua, vengono analizzate scrupolosamente le posizioni della madre e della zia. L’opinione pubblica e la famiglia di Nada sospettano che il movente possa essere passionale e molti vedono nel timido e riservato commercialista il possibile colpevole.

    Il tempo passa, ma senza che le indagini registrino alcuna novità. Tutte le piste sono fredde, o meglio non esiste alcuna pista per l’omicidio di Nada Cella. Il 18 luglio 1997 la posizione di Marco Soracco viene archiviata.

    Il 10 settembre 1998 i genitori di Nada, già da tempo critici sull’operato della polizia, denunciano presunti occultamenti e silenzi nel piccolo mondo di provincia della cittadina di levante e rivolgono un appello al Papa in visita a Chiavari.

    Nel novembre dello stesso anno le indagini si avventurano sulla pista di Sergio Truglio, l’assassino di una prostituta, basandosi su un labilissmo indizio: Truglio conosceva Nada. Ancora una volta, però, le indagini si arenano.

    L’omicidio di Nada Cella è tuttora un delitto irrisolto.

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  • 27 agosto 1998, Sant’Alberto. Quattro colpi secchi nell’aria torrida di un mattino di fine estate nella placida campagna della provincia di Ravenna. Quattro colpi di pistola che uccidono Luigi Bezzi, settantenne pensionato. Un uomo tranquillo con una sola passione: la pesca dei cefali.

    Quello di Ragù, soprannome con cui tutti lo conoscevano a Sant’Alberto, la cittadina dove viveva, è rimasto un mistero e già allora le cronache locali misero in luce alcuni grossolani errori degli investigatori.

    Chi è stato ad uccidere Luigi Bezzi, sull’argine del canale Destra Reno, in pieno giorno e senza nessun motivo apparente?

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  • Il 16 settembre 1970 il giornalista Mauro de Mauro fu sequestrato da Cosa Nostra di fronte ai suoi familiari e non fu mai più ritrovato.

    Tra le varie ipotesi formulate sulle ragioni della sua sparizione figura anche quella relativa all'inchiesta sulla morte, secondo De Mauro dovuta a omicidio e non a incidente, del presidente dell'ENI Enrico Mattei, una trama che si è intrecciata con altri affaire italiani quali il golpe Borghese.

    Cronista di ottimo livello, nonostante un passato da soldato fascista nella famosa Decima Mais, sul finire degli anni Cinquanta De Mauro viene assunto dal quotidiano di sinistra “L’Ora”, dove si specializza nelle inchieste più scottanti sui fatti di mafia.

    Ma prima di scomparire il giornalista sta attraversando un momento professionalmente difficile. Da un paio d’anni non si occupa più di mafia. Ha cercato di trasferirsi a Roma, a “Paese Sera”, ma senza riuscirci. Forse è anche per questo che nei giorni precedenti la sua fine il giornalista a più di una persona dice di aver per le mani “qualcosa di grosso” che lo rilancerà...

    Quel “qualcosa” riguarda le sue indagini sugli ultimi due di vita di Enrico Mattei. Lo riferisce all’editore e libraio Fausto Fiaccovio, lo confida a un’amica architetto, ne accenna alla figlia Junia, ne parla con il collega dell’ANSA Lucio Galluzzo a cui dice che si sta occupando “di un soggetto per un film di Rosi”. E poi aggiunge: “E’ una cosa grossa, molto grossa. Roba da far tremare l’Italia”.

    Le piste sulla scomparsa di De Mauro che carabinieri e polizia seguono sono assolutamente divergenti; è singolare che delle indagini si interessino tre investigatori di primo piano che verranno tutti uccisi tra il 1979 e il 1982: il capitano dei carabinieri Giuseppe Russo, il commissario della mobile Boris Giuliano e il comandante della legione dell’Arma Carlo Alberto dalla Chiesa.

    Secondo i carabinieri, il giornalista nel suo lavoro sarebbe incappato in un grosso traffico di droga e per questo sarebbe stato eliminato dalla mafia. Ed è questa l’ipotesi sostenuta di recente anche dal pentito Gaspare Mutolo, il quale ha riferito ai magistrati che De Mauro venne strangolato da killer di Stefano Bontate, il capo della “mafia perdente”, ucciso dai Corleonesi di Totò Riina nel corso della “guerra di mafia” esplosa agli inizi degli anni Ottanta.

    La polizia punta invece, anche se con molta prudenza, sulla “pista Mattei”. Ci sono infatti tre sparizioni tra il materiale che il giornalista conservava per il suo lavoro che appaiono allarmanti: nel cassetto della sua scrivania in redazione, che appare forzato, non si trovano più il nastro magnetico con la registrazione della manifestazione di Gagliano cui Mattei partecipò, mentre dal bloc-notes con gli appunti sono state strappate due pagine e mancano anche altri fogli di appunti più recenti, quelli che riguardano gli incontri avuti nella preparazione dei lavoro per Rosi.

    C’è un sospetto forte, un’ipotesi che non sarà mai approfondita. In quel nastro e in quei fogli di appunti spariti potrebbe esserci la soluzione di due gialli: la morte di Mattei e la stessa scomparsa di De Mauro...

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    Inoltre, se desideri approfondire tutti i retroscena più oscuri dietro le menti dei più famosi serial killer italiani, da oggi puoi farlo! Ascolta subito la puntata di “No Pasa Noche” sul profilo psichiatrico di Annamaria Franzoni: https://open.spotify.com/episode/5jwK1B9JGSTFwcd8kvGodC?si=F5jf-d0OQqqrEbxlhcPPrg

  • È il 29 novembre 1983 quando la ventottenne Leonarda Polvani parcheggia la sua Fiat 126 nel garage di casa, in via Serenari a Casalecchio di Reno, comune dell’hinterland bolognese, dopo aver salutato un’amica. Sono le 8 di sera e dovrebbe fare solo pochi passi per raggiungere l’androne dell’edificio in cui vive e salire nel suo appartamento, dove l’attende il marito, il quale, non vedendola rientrare, contatta i carabinieri che iniziano subito le ricerche.

    A ritrovarla saranno però due guardacaccia, qualche giorno più tardi. È il 3 dicembre e il luogo è quasi diametralmente opposto a quello della sparizione. Stavolta si è infatti alla Croara, un complesso carsico fatto di valli cieche e grotte chiuse con cancelli e catenacci per evitare che diventino rifugio di sbandati e trafficanti. Uno di questi cancelli è stato aperto e la catena tagliata: all’ingresso ci sono una borsa da donna dentro e i documenti di Leonarda.

    I carabinieri, una volta addentratisi nella grotta, ritroveranno prima gli effetti personali della donna e successivamente il suo cadavere: è riversa con il viso a terra, ha la biancheria strappata, il maglione e la giacca sollevati sulla testa e infilati in un solo braccio. Sul collo tracce di strangolamento. Sembra l’epilogo di una violenza, ma a ucciderla è stato un colpo di pistola, calibro 6.35, sparato a pochi cm dal cuore. Il denaro che la donna aveva con sé è ancora nel portafogli e i gioielli indossati come l’ultima volta che era stata vista.

    Come avviene in questi casi, la vita della donna viene passata al setaccio. Ma Leonarda Polvani non nasconde ombre. È sposata da un anno e mezzo, non è infedele, il suo tempo si divide tra il lavoro in gioielleria e la casa. L’università non la frequenta, ci va solo per dare gli esami. Con chiunque si parli, la descrizione è sempre quella: seria, posata, gentile, semmai qualche volta la si può sorprendere un po’ triste. Ma niente di più.

    Per due anni l’indagine è a un punto morto. Riprende vigore quando uno spacciatore, dopo l’arresto, dichiara di sapere chi ha ucciso Leonarda e indica tre uomini, tutti con precedenti penali per droga. Sequestrare la donna aveva lo scopo di farsi aiutare a mettere a segno una rapina nella gioielleria. I riscontri però evidenziano incongruenze: la grotta non è la stessa, i riferimenti sembrano quelli di un altro omicidio avvenuto in zona e i pregiudicati, intanto finiti sotto processo, vengono assolti.

    Può darsi che ci fosse chi voleva rapinare il luogo in cui Lea lavorava e allora potrebbe aver cercato di agganciare la ragazza per farne una basista all’interno; oppure, più semplicemente, è possibile che chi puntasse alla rapina volesse solo la borsa della donna, dove ci stavano anche le chiavi del luogo in cui lavorava, e che poi si sia disfatto di una potenziale testimone scomoda.

    Il corpo abbandonato in una cava, coi vestiti scomposti, rappresenta l'ultimo atto di una tragedia inutile: la simulazione di una violenza. I rapitori hanno probabilmente cercato di dissimulare i veri motivi della sparizione e della fine di Lea, la ragazza che amava scrivere e disegnare. La ragazza che ad oggi non ha ancora avuto giustizia.

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  • Sabato 11 aprile 1953, vigilia di Pasqua: il corpo senza vita di Wilma Montesi, una giovane ragazza romana di 21 anni, viene trovato sulla spiaggia di Torvajanica, in località Capocotta, una zona balneare non distante da Roma.

    Il corpo non presenta segni di violenza ed è completamente vestito (se non fosse per la mancanza di un reggicalze, delle calze e delle scarpe). Le cause della morte non sono chiare: l’autopsia parla, genericamente di una sincope dovuta ad un pediluvio. Il ritrovamento pare quindi essere destinato ad una rapida archiviazione: un semplice malore, un incidente, forse un suicidio. Ma se già l’ipotesi dell’incidente l’incidente appare poco credibile, anche il suicidio è da escludere: di famiglia modesta, ma tranquilla, Wilma Montesi era fidanzata e stava preparandosi al matrimonio.

    Trascorrono alcuni mesi, la vicenda è quasi dimenticata quando un piccolo settimanale scandalistico asserisce l’ipotesi che Wilma Montesi sarebbe morta, forse per overdose di droga, forse per un semplice malore, durante un’orgia, in una villa del marchese Ugo Montagna, alla quale avrebbe preso parte il musicista Piero Piccioni, figlio di un importante notabile democristiano, il già ministro degli Esteri Attilio Piccioni, destinato ad ereditare da Alcide De Gasperi la leadership della Democrazia Cristiana, il più importante partito di governo.

    Da questo momento il caso Montesi non è più un caso giudiziario, ma diventa un affare politico: dietro la morte della ragazza si scatena la più grande faida mediatico-politica per la conquista del potere interno alla DC. Gli sviluppi della vicenda sono quanto mai intricati, anche perché sulla scena, a sostegno delle tesi accusatorie di Muto, spunta una donna: è Anna Maria Moneta Caglio, detta (per il suo lungo collo) Il “Cigno Nero”, ex amante, delusa, del marchese Montagna. La donna conferma: nella villa di Capocotta, che è vicina a luogo dove il corpo della Montesi è stato ritrovato, si svolgevano festini. Montagna e Piccioni, spaventati dal malore della giovane donna, si sono disfatti del corpo di Wilma, abbandonandolo, forse ancora vivo, sulla spiaggia di Torvajanica.

    Lo scandalo assume dimensioni gigantesche e anche il questore di Roma, Saverio Polito, viene accusato di aver cercato di insabbiare tutto, per questioni, ovviamente, politiche. Il processo si trascinerà per oltre quattro anni. Fino al 27 maggio 1957, quando il Tribunale di Venezia manderà assolti con formula piena Piccioni, Montagna, Polito e altri nove imputati minori, rinviati a giudizio nel giugno 1955.
    Ancora oggi la morte di Wilma Montesi resta un mistero.

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  • Sabato, 27 ottobre 1962, ore 18.57 e 10 secondi. La torre di controllo dell’aeroporto di Linate perde i contatti con un piccolo bireattore, un “Morane Saulnier”, registrato con la sigla I-Snap, di proprietà dell’ENI, l’ente petrolifero di stato. A bordo del velivolo si trovano il presidente della società Enrico Mattei, un giornalista inglese, William McHale e il pilota Irnerio Bertuzzi.

    L’aereo è decollato dall’aeroporto di Catania alle 16.57, dopo una visita lampo di Mattei nella Sicilia meridionale. Di lì a pochi giorni, il 6 novembre, il presidente dell’ENI, il più potente manager di stato italiano, si sarebbe dovuto recare in Algeria per firmare un accordo sulla produzione di petrolio, un accordo molto scomodo per le “sette sorelle” del cartello mondiale.

    I resti del “Morane Saulnier” vengono trovati in un campo in località Bascapè, una frazione del comune di Landriano in provincia di Pavia, a pochi minuti in linea d’aria dallo scalo di Linate. Dei tre occupanti del velivolo resta solo un sacco contenente 40 chili di carne ed ossa.

    Tra i pochi testimoni della tragedia un contadino, Mario Ronchi, proprietario del terreno. Ai primi giornalisti che lo intervistano descrive la caduta dell’aereo come se lo stesso fosse esploso in volo. Poi cambierà versione, aggiustandola e cambiandola più volte, fino a descrivere, quella che sulle prime gli era sembrata un’esplosione in volo, come un tragico incidente...

    La scomparsa di Enrico Mattei: incidente o delitto? Fatalità o sabotaggio? Disgrazia o complotto?

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  • La strage di via Caravaggio è stato un triplice omicidio avvenuto a Napoli nel 1975 e rimasto irrisolto. Secondo la ricostruzione la strage avvenne nella notte tra giovedì 30 e venerdì 31 ottobre 1975 (ma il fatto venne scoperto solo il successivo 8 novembre), all'incirca tra le ore 23:00-23:30 e le 5 del mattino, al quarto piano del n. 78 di via Michelangelo da Caravaggio, nella parte alta del quartiere Fuorigrotta nell'abitazione delle vittime.

    Furono uccisi, prima colpiti alla testa con un oggetto contundente mai identificato e, successivamente, feriti alla gola con un coltello da cucina, Domenico Santangelo, 54 anni, rappresentante di vendita, ex capitano di lungo corso ed ex amministratore condominiale, la sua seconda moglie Gemma Cenname, 50 anni, ostetrica ed ex insegnante, e la figlia di lui, Angela Santangelo, 19 anni, impiegata dell'INAM, nonché il loro cane Yorkshire terrier, di nome Dick, soffocato con una coperta.

    I corpi di Domenico Santangelo e di Gemma Cenname furono depositati, assieme al cagnolino Dick, nella vasca del bagno padronale; il corpo di Angela fu avvolto in un lenzuolo e adagiato sul letto matrimoniale. L'assassino rubò denaro dalla borsetta della Cenname e portò via anche la pistola di Santangelo, mai ritrovata.

    Nell'appartamento, oltre a impronte di scarpa (numero 41-42) impresse nel sangue sui pavimenti di alcune stanze e del corridoio, furono rinvenute impronte digitali su una bottiglia di whisky e una di brandy poggiate su un mobile-radio dello studio di Domenico Santangelo. Era impossibile per la polizia scientifica dell'epoca rilevare, ricostruire e identificare tracce biologiche lasciate dall'assassino sui reperti della scena del delitto.

    Le impronte di scarpa e le impronte digitali risultarono incompatibili con quelle del principale indiziato, Domenico Zarrelli, figlio di un giudice presidente di corte d'appello deceduto e fratello dell'avvocato Mario Zarrelli (che scoprì i corpi), nonché nipote di Gemma Cenname; venne comunque arrestato il 25 marzo 1976 e poi condannato all'ergastolo in primo grado il 9 maggio 1978 per l'accusa d'aver compiuto la strage perché in preda a un raptus dopo essersi visto rifiutare la richiesta di un prestito di denaro dalla zia Gemma. In carcere studiò giurisprudenza e divenne egli stesso avvocato penalista.

    Zarrelli, che aveva dichiarato di non essere mai stato quel giorno a casa della zia, venne successivamente assolto in appello dopo aver passato cinque anni di prigione nel 1981 (per insufficienza di prove). Dopo l'annullamento della sentenza da parte della corte di cassazione, fu nuovamente assolto, con formula piena, dalla Corte di Assise di Appello, sentenza confermata dalla Cassazione il 18 marzo 1985, nonché nel 2006 risarcito dallo Stato per danni morali e materiali con un milione e quattrocentomila euro.

    Tuttora il coltello da cucina usato nel delitto e la coperta utilizzata per soffocare il cane della famiglia sono custoditi nell'Ufficio Reperti del Tribunale di Napoli dell'ex Tribunale di Castel Capuano e nel 2013 sono stati esposti per la prima volta al pubblico nell'esposizione temporanea, allestita all'interno del Tribunale, "Corpi di reato", divenendo così inutilizzabili per successive indagini scientifiche.

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  • La storia controversa dei rapporti segreti fra Italia e Stati Uniti viene raccontata a partire da tre episodi apparentemente slegati fra loro: il 4 luglio 1978, giorno in cui il commissario capo Graziano Gori muore vittima di un incidente frontale; il 15 febbraio 1975, giorno in cui Ronald Stark (sotto lo pseudonimo Terence Abbot), trovato in possesso di una valigetta contenente valuta straniera, stupefacenti, documenti e chiavi di una cassetta di sicurezza di Roma, viene arrestato a Bologna; il 3 febbraio 1998, giorno del tragico incidente della funivia del Cermis, in Val di Fiemme, in cui un aereo militare statunitense tranciò il cavo della funivia uccidendone i 20 passeggeri.

    Ho recentemente rilasciato la mia prima intervista in esclusiva su Twitch. Puoi recuperarla qui (il mio intervento inizia dopo un’ora e 5 minuti di video): https://www.twitch.tv/videos/851996665

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  • Vincenzo Mosa venne assassinato il 2 febbraio 1998 con un colpo di arma da fuoco alla schiena nella sua abitazione estiva a Sabaudia. Era l'avvocato che assisteva come parte civile le vittime dell’usura e del racket della banda della Magliana e di altre pericolose organizzazioni criminali. Rappresentava i più deboli nei tribunali per rendere loro giustizia.

    Quella sera era andato a prendere i due cani che teneva in giardino per portarli nell' abitazione romana, dove aveva anche un altro studio. Il corpo del professionista venne ritrovato dagli investigatori esterno del villino in Via dello Scorpione. L'arma utilizzata per l'esecuzione, degna di un agguato in perfetto stile malavitoso, fu un fucile a pompa calibro 12 utlizzato per la caccia al cinghiale o dai rapinatori per assaltare i furgoni blindati. Nessun testimone a quell'ora e nemmeno immagini di telecamere di videosorveglianza che all' epoca non erano ancora diffuse per i costi elevatissimi di acquisto e di installazione.

    La ricostruzione fatta dai carabinieri sulla base di alcune tracce trovate nella casa vicina a quella dove venne ucciso Mosa appurò che lo sparo partì proprio dal confine della casa adiacente divisa da quella del delitto da una siepe. Le piste battute dai detective pontini non approdarono a nulla, se non ad iscrivere nel registro degli indagati un canoista del posto, Mauro Chiostri. L' uomo, che subì due gradi di giudizio, venne assolto definitivamente da ogni  accusa nel 2002.

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  • Nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 Pier Paolo Pasolini fu ucciso in maniera brutale: percosso e travolto dalla sua stessa auto sulla spiaggia dell'Idroscalo di Ostia, località del comune di Roma. Il cadavere massacrato venne ritrovato da una donna alle 6:30 circa; sarà l'amico Ninetto Davoli a riconoscerlo.

    Dell'omicidio fu incolpato Pino Pelosi di Guidonia, di diciassette anni, già noto alla polizia come ladro di auto e "ragazzo di vita", fermato la notte stessa alla guida dell'auto del Pasolini. Pelosi affermò di essere stato avvicinato da Pasolini nelle vicinanze della Stazione Termini, presso il Bar Gambrinus di piazza dei Cinquecento, e da questi invitato sulla sua vettura (un'Alfa Romeo 2000 GT Veloce) dietro la promessa di un compenso in denaro.

    Dopo una cena offerta dallo scrittore nella trattoria Biondo Tevere nei pressi della basilica di San Paolo, i due si diressero alla periferia di Ostia. La tragedia, secondo la sentenza, scaturì a seguito di una lite per pretese sessuali di Pasolini alle quali Pelosi era riluttante, degenerata in un alterco fuori dalla vettura. Il giovane venne minacciato con un bastone, del quale poi si impadronì per percuotere Pasolini fino a farlo stramazzare al suolo, gravemente ferito ma ancora vivo. Quindi Pelosi salì a bordo dell'auto dello scrittore e travolse più volte con le ruote il corpo, sfondandogli la cassa toracica e provocandone la morte. Gli abiti di Pelosi non mostrarono tracce di sangue.

    Pelosi venne condannato in primo grado per omicidio volontario in concorso con ignoti e il 4 dicembre del 1976, con la sentenza della Corte d'Appello che, pur confermando la condanna dell'unico imputato, riformava parzialmente la sentenza di primo grado escludendo ogni riferimento al concorso di altre persone nell'omicidio.

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  • È il giorno dopo ferragosto del 1990 quando Maria Luisa De Cia, 28 anni, decide di andare a fare una passeggiata in alta montagna da sola.

    L’indomani, venerdì 17 agosto 1990, un gruppo di escursionisti trova Maria Luisa nel bosco a pochi passi dal Velo della Madonna. Lo spettacolo è di quelli che fanno tremare vene e polsi: la ragazza è distesa priva di vita su un giaciglio fatto con i suoi vestiti. Nuda dalla vita in giù, ha un filo di nastro adesivo nero che le solca la faccia attraversandole la bocca. Sulla tempia sinistra, invece, un foro di un proiettile spiega cosa le è accaduto.

    È un’estate maledetta quella di San Martino di Castrozza, un’estate di sospetti e paure. In un primo momento, infatti, tra gli abitanti de paesini sulle montagne del Trentino si diffonde la voce che l’orrore del 16 agosto sia stato opera di un maniaco, il serial killer dei boschi, il mostro delle Dolomiti.

    Ma la verità è un’altra: spunta fuori un nome credibile ed è quello di un imprenditore locale, un uomo sorprendentemente somigliante all’identikit che ne fecero nel ’90 e che vive in una baita a pochi passi dal luogo dove Maria Luisa è stata trovata morta. Un personaggio descritto come uomo violento e sadico, in grado, peraltro, di modificare le armi come è suo hobby fare.

    A fare la differenza, stavolta, c’è il il test del DNA, che ha permesso di risolvere casi come quello dell’Olgiata e di Elisa Claps. La svolta è vicina, la Procura è convinta che quello sia il suo uomo, ma i test, eseguiti su campioni danneggiati dalla pioggia di quei giorni, danno esito negativo.

    Quello di Maria Luisa De Cia resta, e probabilmente rimarrà, uno dei tanti delitti irrisolti degli anni Novanta...

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  • Il 9 marzo 1997, in un’abitazione di Cori, in provincia di Latina, vennero ritrovati intorno alle 23:30 i cadaveri dell'operaio ventitreenne Patrizio Bovi, appassionato di musica leggera e con piccoli precedenti per spaccio di droga, e della sua fidanzata, la studentessa diciassettenne Elisa Marafini. A scoprire i cadaveri furono il fratello quindicenne e il padre di lei, Angelo Marafini, maresciallo dei carabinieri in pensione, e Massimiliano Placidi, amico degli assassinati.

    Le vittime furono uccise tramite un accoltellamento impressionante: 51 coltellate furono sferrate su Patrizio Bovi e 124 su Elisa Marafini. Come arma del delitto fu usato un coltello da cucina che i carabinieri trovarono qualche giorno dopo in quella casa ripulito dalle impronte. Secondo la testimonianza dei vicini di casa, durante il delitto, tra le 20:30 e le 21:00, l'assassino aveva alzato la musica dello stereo a tutto volume per non far sentire le grida delle vittime.

    Le forze dell'ordine che indagavano sul delitto, escludendo l'ipotesi dell'omicidio-suicidio per mano di Patrizio Bovi, si concentrarono su due piste: lo spaccio di droga e il delitto passionale. Alcuni giorni prima al Bovi erano stati venduti 200 grammi di cocaina che venduta al dettaglio, avrebbe fruttato 40 milioni di lire.

    Ad un amico della coppia uccisa, il trentenne Marco Canale, operaio di Cisterna, che mesi prima aveva abitato nello stesso appartamento del delitto, all'indomani dell’omicidio furono sequestrati i pantaloni, sui quali vennero trovate tracce ematiche compatibili con quelle delle due vittime: il 26 aprile 1997 venne arrestato.

    A sorpresa durante il processo l’imputato Marco Canale dichiarò di essere stato due volte nell'appartamento di Via della Fortuna a metà pomeriggio di quel 9 marzo: la prima volta non entrò, più tardi, trovando aperta la porta, lo fece e vide Patrizio Bovi ed Elisa Marafini già morti, poi scappò via senza avvisare nessuno, ma ben 7 testimoni lo smentirono, dichiarando di aver visto le due vittime camminare in Piazza Signina a Cori Monte verso le 19:30. Più di qualche testimone dichiarò inoltre di aver visto un uomo dell'altezza di Marco Canale gettare un sacco dei rifiuti in un cassonetto vicino Via della Fortuna il pomeriggio del 9 marzo intorno alle ore 18:20, cioè quando l'imputato sosteneva di essere a Cisterna.

    A causa delle prove schiaccianti (le macchie di sangue sui pantaloni e le testimonianze) Marco Canale venne condannato in Primo Grado di giudizio a 30 anni di reclusione nel dicembre 1998 con risarcimento di 250 milioni di lire alla parte civile, rappresentata dalla famiglia di Elisa Marafini. La pena venne confermata dalla Corte d’Appello e da quella di Cassazione.

    Nel 2019, dopo oltre 22 anni di reclusione, Marco Canale esce dal carcere definitivamente, grazie ad uno sconto di pena per l'indulto e per buona condotta.

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  • Attiva soprattutto in Emilia-Romagna tra il 1987 e il 1994, la banda deve il nome col quale divenne celebre all’abitudine di utilizzare delle Fiat Uno, modello all’epoca molto diffuso (quindi facile da trovare, rubare e ideale per passare inosservati) che finì per diventare una sorta di firma delle loro azioni criminali.

    Ma il dato più eclatante è che il gruppo era quasi interamente composto da membri della polizia di Stato, uomini che per anni condussero una doppia vita: tutori della legge a lungo insospettabili da un lato, dall’altro delinquenti autori di colpi che si distinguevano per la spietata efferatezza.

    Cuore della banda erano i tre fratelli Savi. Roberto, il maggiore, poliziotto alla Questura di Bologna dove, quando fu arrestato, aveva il grado di assistente capo e ricopriva il servizio di operatore radio nella centrale operativa.

    Fabio, detto “il lungo” per via della statura, unico membro della banda a non essere nelle forze dell’ordine, perché da giovane la sua domanda per entrare in polizia fu bocciata per via di un difetto alla vista.

    Alberto, il minore, di carattere debole e succube dei due fratelli.

    A loro si aggiungono altri 3 colleghi poliziotti: Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Vallicelli.
     
    L’esordio è il 19 giugno 1987: viene rapinato un casello autostradale di Pesaro. I caselli sono i principali obbiettivi della banda in questa prima fase, ne rapinano dodici in due mesi.

    Sono colpi modesti, dove l’impiego della violenza è ancora moderato: basti pensare che si conta solo un ferito in questa prima serie di rapine. Ma le cose cambieranno presto.

    Sempre nel 1987 mettono in atto un tentativo di estorsione nei confronti di un venditore d’auto di Rimini, il quale finge di cedere al ricatto ma avverte la polizia. Ne scaturisce un conflitto a fuoco nei pressi di Cesena, luogo scelto dagli estorsori per la consegna del denaro, durante il quale resta ferito il sovrintendente Antonio Mosca, che morirà dopo una lunga agonia.

    È il primo della lunga serie di vittime della Banda della Uno bianca: i morti inizieranno a moltiplicarsi già nei mesi successivi.

    Dal 1990 si verifica un’altra evoluzione significativa. Alle rapine si aggiungono altri tipi di azioni criminali: veri e propri attentati di matrice razzista.

    All’incirca dello stesso periodo sono anche altri dei più efferati delitti della banda. Il 15 gennaio 1990, durante una rapina, fanno esplodere nell’ufficio postale in via Emilia Levante, affollato di anziani in coda per la pensione, due bombe. Ne risultano 45 feriti e un morto.

    Del 4 gennaio 1991 è invece quella che verrà ricordata come “la strage del Pilastro”. La banda si trovava nel quartiere di Bologna per caso quando la loro auto viene superata da una pattuglia dell’Arma. Credendo si tratti di un tentativo di registrare il numero di targa i criminali decidono di eliminare i carabinieri. Ne segue uno scontro armato dove i banditi sfoderano una potenza di fuoco impressionante, che non lascia scampo ai 3 giovani militari.
     
    Negli anni che seguono continueranno le rapine e continueranno le morti. Le sanguinose vicende della Uno bianca si concluderanno solo nel novembre del 1994, quando i membri vengono arrestati grazie soprattutto a due poliziotti della Questura di Rimini: Luciano Baglioni e Pietro Costanza.

    È la fine di una lunga serie di indagini macchiate dal sospetto del silenzio e del depistaggio. Ma questa è un’altra storia. Quella della banda si conclude così: con tutti e cinque i componenti in manette e alle spalle un bilancio di 103 azioni criminali, 102 feriti e 24 morti.

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  • L'omicidio di Antonio Ammaturo, un poliziotto italiano, venne commesso a Napoli il 15 luglio 1982. Fu ucciso dalle Brigate Rosse sotto casa sua, in piazza Nicola Amore, insieme all'agente Pasquale Paola.

    Quel giorno era appena uscito dalla propria abitazione per recarsi in questura con l’auto di servizio guidata dall’agente scelto Pasquale Paola quando due uomini, scesi da una vettura, aprirono il fuoco contro l’auto, assassinandone gli occupanti.

    Gli autori del fatto risultarono appartenere alle Brigate Rosse. I membri del commando ed esecutori dell'omicidio furono i brigatisti Vincenzo Stoccoro, Emilio Manna, Stefano Scarabello, Vittorio Bolognesi e Marina Sarnelli, i quali verranno poi condannati all'ergastolo.

    Dietro il suo omicidio si cela una storia di intrighi legati al rapimento e al rilascio misterioso del politico Ciro Cirillo, rapito dalle Brigate Rosse, un rilascio che vide la partecipazione di Raffaele Cutolo, dei servizi segreti e di personaggi politici.

    I mandanti dell'omicidio invece non sono mai stati identificati con chiarezza.

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  • A Rimini il 19 marzo 1997 Massimiliano Iorio, impiegato comunale di 38 anni, muore nella sua abitazione di vicolo Santa Chiara. Il suo corpo viene ritrovato la sera del giorno dopo. La scena che si presenta agli investigatori è terribile quanto sconcertante: Max non aveva mai fatto mistero di essere gay, ma mai in vita sua si era travestito da donna. Invece qualcuno lo aveva fatto ritrovare con indumenti femminili indossati evidentemente a forza, compreso un paio di scarpe con tacchi a spillo di tre numeri più piccole.

    Le indagini vanno avanti a stento. Max è un ragazzo tranquillo, conosciuto e ben voluto da tutti, senza un nemico al mondo. L’ampia cerchia di amici viene setacciata, ma non emerge nulla.

    Passano due anni e un nuovo magistrato inizia a sospettare di un ragazzo, fratello di un’amica di Max, uno che invece per i tacchi a spillo aveva una vera passione. Ma è un’altra pista morta: è vero, quella passione è un po’ eccessiva, ma nulla di più, niente che la ricolleghi al delitto.

    Bisogna arrivare al 2011, quando il sostituto procuratore Paolo Gengarelli pensa di passare al vaglio i reperti con le nuove tecnologie del dna, che nel frattempo hanno fatto passi da gigante. Fra questi reperti ci sono delle gocce di sangue trovate sul mobiletto dello stereo, che è anche l’unico oggetto mancante dalla casa. E poi cinque sigarette che giacevano nel portacenere. C’erano anche tre bicchieri portati all’epoca alla Polizia Scientifica di Bologna, ma non c’è più modo di rintracciarli.

    Si prelevano dunque campioni di dna a nove persone, quelle che in un primo tempo erano state vagliate più a fondo. Ma il responso chiude ancora una volta tutte le porte: il dna non è di nessuno di loro. Si riesce ad appurare solo delle cinque sigarette, tre sono state fumate da Iorio, una da uno sconosciuto e la quinta da entrambi. L’assassino è proprio quello sconosciuto, perché suo è anche il dna della goccia di sangue.

    Sembra che l’omicidio di Max debba finire fra quelli irrisolti. E invece il 23 gennaio del 2012 arriva il colpo di scena: l’assassino è Zoran Ahmetovic, bosniaco di 37 anni. È detenuto  per altri reati ed ha confessato.

    Ma come si è arrivati a lui?  La Procura di Rimini aveva le perizie della polizia scientifica al Ris di Parma, dove ci si è resi conto che uno di quei profili genetici poteva essere attribuibile a nomadi della famiglia Ahmetovic, all’epoca dei fatti era presenti a Rimini. Andando per esclusione si è arrivati a Zoran.

    Quella sera lui e Max avevano avuto in incontro occasionale. Max lo aveva anche presentato al suo ex fidanzato come “Michele”. E Michele era uno dei tanti nomi usati dall’Ahmetovic. Questi racconta di una serata folle, con alcol e droga, alla fine della quale sarebbe stato colto da una sorta di raptus. Zoran aveva strangolato Max, infierito su di lui con sei coltellate, colpito con il vaso dei pesci rossi buttato all’aria la casa. Non voleva nemmeno rubare, si era portato via solo quello stereo, lasciando cadere una sua gocciolina di sangue sul mobiletto.

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  • Michele Sindona è stato un faccendiere, banchiere e criminale italiano. Membro illustre della loggia P2 di Licio Gelli, ha avuto chiare associazioni con Cosa nostra e con la famiglia Gambino negli Stati Uniti.

    Originario di Patti (Messina), Sindona diventa, nel corso degli anni Sessanta, uno dei più aggressivi banchieri del mondo; secondo Giulio Andreotti, addirittura “il salvatore della Lira”.

    La sua abilità? Legare in un nodo inestricabile di affari quattro pilastri della società italiana: politica, Vaticano, massoneria e mafia.

    Sindona arriverà ad estendere il suo dominio su un numero incalcolabile di banche e società finanziarie ed a controllare la metà dei titoli quotati a Piazza Affari.

    Il suo impero personale comincia a scricchiolare nel 1974, con il fallimento della Franklin Bank e con l’accusa di bancarotta mossagli dal governo americano.

    Fuggito in Sicilia nel 1979, dove resterà per 75 giorni per evitare l’arresto ed accusato di essere il mandante dell’omicidio Ambrosoli, il liquidatore di uno dei suoi istituti, ricompare poi negli Stati Uniti inscenando un finto sequestro e con una ferita ad una gamba.

    Condannato e poi estradato in Italia, morirà nel supercarcere di Voghera (dove è guardato a vista giorno e notte), sorseggiando un caffè al cianuro. Suicidio od omicidio?

    Ma chi è stato veramente Michele Sindona? In Sicilia, in quella lontana estate, cerca alleanze e protezioni oppure è solo un prigioniero in ostaggio? Come mai, indagando proprio su Sindona, la magistratura, questa volta milanese, arriverà a scoprire la loggia P2 di Licio Gelli? Che legame esiste tra i due misteriosi “suicidi” di Michele Sindona e Roberto Calvi?

    I segreti della mafia moderna, i misteri dei delitti politici degli anni Ottanta, gli enigmi delle stragi mafiose degli anni Novanta nascono da qui. Dal mistero Sindona.

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  • Quello di Mara Calisti è un esempio di “delitto a camera chiusa”: Mara era sola in casa con il padre la sera in cui venne uccisa. Alle 3.30 di notte entra nella stanza del genitore, ha il tempo di dire “Babbo, guarda cosa mi hanno fatto” per poi accasciarsi e morire a causa una ferita di coltello o cacciavite che le ha tranciato l'aorta. Un colpo per il medico legale non sembra inferto per uccidere, ma sferrato in un momento di ira.

    Le indagini non sono mai riuscite a fare chiarezza su questo delitto. Non è mai stato identificato l’autore della telefonata allo studio dell'avvocato presso il quale la donna lavorava. Nella telefonata si diceva di indagare tra i corsisti dell’università della terza età. Prima di essere uccisa Mara Calisti aveva frequentato un giovane, originario di Terni, con precedenti penali, si diceva, ma questa persona non è mai stata trovata. Come resta un mistero l’asserito aborto pochi giorni prima di essere uccisa.

    Mara e il padre si trovavano nel vecchio appartamento di Todi, mentre il resto della famiglia nella nuova abitazione. I carabinieri accorrono sul posto e trovano l’uomo con il corpo della figlia in braccio. I vicini sono sgomenti. Le porte e le finestre sono chiuse e non ci sono segni di effrazione. Chi ha ucciso aveva le chiavi o è stato fatto entrare. Forse anche per questo le indagini si indirizzano verso il padre, l’unica persona a trovarsi in casa con la ragazza.

    Pochi minuti dopo le 3.30, a delitto compiuto, un vicino sente il rumore del portone, pesante, che si chiude sbattendo. Forse è l’assassino che fugge. Un’altra inquilina dice ai carabinieri di aver sentito suonare il campanello, per errore visto che cercava il pulsante dell’illuminazione, di una delle abitazioni poco prima che le urla del signor Calisti svegliassero tutto il palazzo.

    Per il medico legale è impossibile, vista la ferita, che la giovane sia riuscita a camminare dalla sua stanza a quella del padre: sarebbe morta prima o è stata pugnalato nella seconda stanza. Nella cassetta degli attrezzi del padre della giovane viene trovata una goccia di sangue di Mara. Le tracce di sangue, però, portano dalla camera della ragazza a quella del genitore. Sula scia di sangue, però, non ci sono le impronte dei piedi della vittima.

    Si ipotizza anche la presenza di un ladro che aveva visto fare parte del trasloco e pensava di trovare la casa vuota. Viene sospettato un professionista, forse amante della giovane, ma la sera del delitto ha un alibi: era con la moglie e degli amici.

    L'omicidio di Mara Calisti è irrisolto dal 14 luglio 1993. Il colpevole non è stato mai trovato. Il primo a finire sotto accusa è il padre Mario che viveva con lei, ma viene prosciolto una prima volta. Inquisito di nuovo nel gennaio del 1998, è definitivamente prosciolto da ogni accusa "per non aver commesso il fatto" il 5 marzo 2001.

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  • Libero Grassi (Catania, 19 luglio 1924) è stato un imprenditore italiano, ucciso da Cosa Nostra dopo essersi opposto a una richiesta di pizzo. È divenuto simbolo della lotta alla criminalità.

    Dopo aver avuto alcuni problemi con la fabbrica di famiglia, la Sigma, Libero Grassi ha il coraggio di opporsi alle richieste di racket della mafia e di uscire allo scoperto, con grande esposizione mediatica.

    L'imprenditore denuncia gli estorsori (i fratelli Avitabile, arrestati il 19 marzo 1991 assieme a un complice), e rifiuta l'offerta di una scorta personale. Nel gennaio 1991 il Giornale di Sicilia aveva pubblicato una sua lettera sul rifiuto di cedere ai ricatti della mafia.

    La stessa Sicindustria gli volta le spalle. In una lettera pubblicata sul Corriere della Sera il 30 aprile 1991 afferma che «l'unico sostegno alla mia azione, a parte le forze di polizia, è venuta dalla Confesercenti palermitana» e definisce "scandalosa" la decisione del giudice catanese Luigi Russo (del 4 aprile 1991) in cui si afferma che non è reato pagare la "protezione" ai boss mafiosi.

    Il 29 agosto del 1991, alle sette e mezza di mattina, viene ucciso a Palermo con quattro colpi di pistola mentre si reca a piedi al lavoro.

    Una grande folla prende parte al suo funerale, tra cui l'allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Il figlio Davide sorprende tutti alzando le dita in segno di vittoria mentre porta la bara del padre.

    Non mancano le polemiche, tra chi sostiene fin dall'inizio la battaglia dell'imprenditore, come i Verdi e il Centro Peppino Impastato (dedicato ad un'altra vittima della mafia) e chi non ha preso le sue difese, come Assindustria.

    Qualche mese dopo la morte di Grassi, è varato il decreto che porta alla legge anti-racket 172, con l'istituzione di un fondo di solidarietà per le vittime di estorsione.

    La vedova Pina Maisano Grassi, nonostante minacce e intimidazioni, prosegue la lotta per la legalità in nome del marito, all'interno delle istituzioni e al fianco della società civile in sostegno delle tante associazioni anti-racket sorte dal 1991 in Sicilia e nel resto d'Italia. Nel 1992 è eletta senatrice nelle file dei Verdi, fino al 1994.

    A Libero Grassi è stato intitolato un istituto tecnico commerciale di Palermo.

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