Episodi caldi

  • Stew welcomes a former Pfizer employee who confirms the ingredients in the inoculation are POISON!

    Mike Filip with www.AmericanuckRadio.com joins Stew to reveal gun confiscation underway in Canada!

    DeAnna Lorraine exposes the 'January 6 Commission' as FAKE, performance by PAID ACTORS!

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  • Era la notte tra il 28 e il 29 luglio del 1993 quando il boss di Altofonte Antonino Gioè venne ritrovato impiccato con i lacci delle scarpe nella cella in cui trascorreva la detenzione nel carcere di Rebibbia. Erano trascorse appena poche ore dalle bombe delle stragi di via Palestro a Milano e delle due basiliche di Roma.

    Le indagini ufficiali bollano il fatto come un suicidio. Secondo gli inquirenti di allora con quel gesto il capomafia, che si trovava a Punta Raisi il giorno della strage di Capaci, si sarebbe tolto la vita prima che fosse la stessa Cosa Nostra ad intervenire.

    C'erano intercettazioni in cui il boss aveva parlato dell' “Attentatuni” ed anche altri riferimenti su possibili attentati al Palazzo di Giustizia di Palermo o contro gli agenti di polizia penitenziaria in servizio a Pianosa. E nella conversazione intercettata dalla Dia c'è anche un riferimento al suo “padrino”, Leoluca Bagarella: “Ma ' stu Bagarella cu cazzu si senti? Oh, lo dico per scherzare, ah” disse al telefono.

    Ma queste non sono prove schiaccianti sulla morte, e quei fatti non hanno mai convinto troppo. Vi fu anche un'indagine giudiziaria a carico di tre agenti penitenziari che furono indagati per istigazione al suicidio di Gioè, ma vennero prosciolti senza chiarire i dubbi.

    C’è poi la pista alternativa secondo la quale la morte di Gioè non fu un suicidio: nelle foto scattate in quella notte nella cella i segni della corda sul collo non vanno verso l'alto, come sarebbe lecito aspettarsi se si fosse appeso alla grata, ma verso il basso il che fa pensare più ad una corda tirata da qualcuno.

    Anche l'autopsia fornisce diversi elementi che andrebbero chiariti. Gioè aveva la sesta e la settima costole di destra fratturate “a causa del massaggio cardiaco praticato su di esso”. Singolare che queste siano le ultime due costole della gabbia toracica mentre il massaggio cardiaco si esegue ben più in altro ad altezza del plesso solare.

    Sul tavolo della cella furono ritrovati anche tre lettere scritte a mano da Gioè: “Stasera ho ritrovato la pace e la serenità che avevo perduto 17 anni fa” aveva scritto il boss. Per gli inquirenti un semplice ultimo addio. Per chi vuole leggere tra le righe, forse, la possibilità di una futura collaborazione con la giustizia.

    Del resto Gioè è stato anche uno degli uomini chiave della trattativa Stato-mafia, non solo perché a lui si era rivolto il cugino Francesco Di Carlo dopo un incontro “con agenti segreti che parlavano inglese e italiano”, ma anche per quegli incontri con Paolo Bellini, estremista di destra, depistatore, nonché esperto d'arte.

    Vent'anni dopo dubbi e misteri su quel suicidio tornano a galla. Ed è forse ora di fare veramente luce su questi fatti.

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  • Gli anni di piombo identificano in Italia un periodo storico compreso tra la fine degli anni sessanta e gli inizi degli anni ottanta del XX secolo, in cui si verificò un'estremizzazione della dialettica politica che produsse violenze di piazza, lotta armata e terrorismo.

    L'espressione deriva dall'omonimo film del 1981 diretto da Margarethe von Trotta, che trattava l'esperienza storica analoga e contemporanea vissuta dalla Germania Ovest. Questa espressione può anche essere vista in un contesto internazionale e più ampio, comprendendo le varie attività terroristiche, come la strategia della tensione, e di appoggio a regimi dittatoriali, come l'operazione Condor, svolte dalle varie nazioni durante la guerra fredda, il conflitto a distanza tra Stati Uniti d'America e Unione Sovietica.

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  • Mostro di Firenze è la denominazione utilizzata dai media italiani per riferirsi all'autore o agli autori di una serie di otto duplici omicidi avvenuti fra il 1968 e il 1985 nella provincia di Firenze.

    L'inchiesta avviata dalla procura di Firenze ha portato alla condanna in via definitiva di due uomini identificati come autori materiali di 4 duplici omicidi, i cosiddetti "compagni di merende", Mario Vanni e Giancarlo Lotti (reo confesso e chiamante in correità dei presunti complici), mentre il terzo, Pietro Pacciani, condannato in primo grado a più ergastoli per 7 degli 8 duplici omicidi e successivamente assolto in appello, è morto prima di essere sottoposto a un nuovo processo di appello, da celebrarsi a seguito dell'annullamento nel 1996 della sentenza di assoluzione da parte della Cassazione.

    Le procure di Firenze e Perugia sono state impegnate in numerose indagini volte a individuare i responsabili esecutori materiali per 4 duplici omicidi e poi i possibili mandanti. Le indagini si sono focalizzate anche su un possibile movente di natura esoterica, che avrebbe spinto una o più persone a commissionare i delitti.

    La vicenda ebbe molto risalto mediatico in quanto fu il primo caso di omicidi seriali in Italia riconosciuto come tale e uno dei più sanguinosi del Paese, oltre che dilatato nel tempo, che creò una vera e propria psicosi da mostro, di anno in anno, e mise le basi anche per riflessioni dal punto di vista sociale: suscitando estrema paura per la tipologia di vittime (giovani fidanzati in atteggiamenti intimi), aprì l'opinione pubblica italiana al dibattito sull'opportunità di concedere con maggiore disinvoltura la possibilità per i figli di trovare l'intimità a casa, evitando così i luoghi isolati e pericolosi.

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  • 6 maggio 1996, Chiavari. Sono da poco passate le 9.00 quando Nada Cella, impiegata ventiquattrenne, viene ritrovata barbaramente uccisa nell’ufficio del suo datore di lavoro, il commercialista Marco Soracco.

    La ragazza aveva appena aperto l’ufficio e acceso il computer. Presumibilmente, il suo assassino ha suonato alla porta e Nada, tranquilla, lo ha fatto entrare: la ragazza viene trovata con la testa fracassata da un oggetto contundente che, come spesso accade nei delitti di difficile soluzione, non sarà  mai trovato.

    E’ lo stesso Soracco a trovare la ragazza in fin di vita. La corsa al reparto rianimazione dell’ospedale San Martino è inutile: Nada muore sei ore più tardi.

    Sono i medici che soccorrono Nada a stabilire che la ragazza è stata vittima di una aggressione e non di un incidente, come inizialmente sembrava: scattano le indagini, ma nel frattempo la scena del delitto è stata irrimediabilmente inquinata: le tracce di sangue sulle scale del palazzo sono state lavate, così come quelle lasciate nell’ufficio.

    Le indagini si concentrano sul più facile dei sospettabili, cioè proprio il datore di lavoro di Nada, Marco Soracco. Il commercialista ha 34 anni, è laureato in economia e commercio e da qualche anno ha aperto a Chiavari uno studio molto avviato. Riservato, educato, scapolo e cattolico, vive con la madre e la zia nello stesso caseggiato dove si trova l’ufficio, al piano superiore. Il padre, scomparso due anni prima, era stato direttore del dazio e quindi responsabile dell’ufficio anagrafe del Comune di Chiavari.

    Il 7 maggio Marco Soracco viene sottoposto ad un estenuante interrogatorio di ben 14 ore. Per lui inizia un calvario destinato a concludersi più di un anno dopo. Insieme alla sua, vengono analizzate scrupolosamente le posizioni della madre e della zia. L’opinione pubblica e la famiglia di Nada sospettano che il movente possa essere passionale e molti vedono nel timido e riservato commercialista il possibile colpevole.

    Il tempo passa, ma senza che le indagini registrino alcuna novità. Tutte le piste sono fredde, o meglio non esiste alcuna pista per l’omicidio di Nada Cella. Il 18 luglio 1997 la posizione di Marco Soracco viene archiviata.

    Il 10 settembre 1998 i genitori di Nada, già da tempo critici sull’operato della polizia, denunciano presunti occultamenti e silenzi nel piccolo mondo di provincia della cittadina di levante e rivolgono un appello al Papa in visita a Chiavari.

    Nel novembre dello stesso anno le indagini si avventurano sulla pista di Sergio Truglio, l’assassino di una prostituta, basandosi su un labilissmo indizio: Truglio conosceva Nada. Ancora una volta, però, le indagini si arenano.

    L’omicidio di Nada Cella è tuttora un delitto irrisolto.

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  • Sabato, 27 ottobre 1962, ore 18.57 e 10 secondi. La torre di controllo dell’aeroporto di Linate perde i contatti con un piccolo bireattore, un “Morane Saulnier”, registrato con la sigla I-Snap, di proprietà dell’ENI, l’ente petrolifero di stato. A bordo del velivolo si trovano il presidente della società Enrico Mattei, un giornalista inglese, William McHale e il pilota Irnerio Bertuzzi.

    L’aereo è decollato dall’aeroporto di Catania alle 16.57, dopo una visita lampo di Mattei nella Sicilia meridionale. Di lì a pochi giorni, il 6 novembre, il presidente dell’ENI, il più potente manager di stato italiano, si sarebbe dovuto recare in Algeria per firmare un accordo sulla produzione di petrolio, un accordo molto scomodo per le “sette sorelle” del cartello mondiale.

    I resti del “Morane Saulnier” vengono trovati in un campo in località Bascapè, una frazione del comune di Landriano in provincia di Pavia, a pochi minuti in linea d’aria dallo scalo di Linate. Dei tre occupanti del velivolo resta solo un sacco contenente 40 chili di carne ed ossa.

    Tra i pochi testimoni della tragedia un contadino, Mario Ronchi, proprietario del terreno. Ai primi giornalisti che lo intervistano descrive la caduta dell’aereo come se lo stesso fosse esploso in volo. Poi cambierà versione, aggiustandola e cambiandola più volte, fino a descrivere, quella che sulle prime gli era sembrata un’esplosione in volo, come un tragico incidente...

    La scomparsa di Enrico Mattei: incidente o delitto? Fatalità o sabotaggio? Disgrazia o complotto?

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  • Il 16 settembre 1970 il giornalista Mauro de Mauro fu sequestrato da Cosa Nostra di fronte ai suoi familiari e non fu mai più ritrovato.

    Tra le varie ipotesi formulate sulle ragioni della sua sparizione figura anche quella relativa all'inchiesta sulla morte, secondo De Mauro dovuta a omicidio e non a incidente, del presidente dell'ENI Enrico Mattei, una trama che si è intrecciata con altri affaire italiani quali il golpe Borghese.

    Cronista di ottimo livello, nonostante un passato da soldato fascista nella famosa Decima Mais, sul finire degli anni Cinquanta De Mauro viene assunto dal quotidiano di sinistra “L’Ora”, dove si specializza nelle inchieste più scottanti sui fatti di mafia.

    Ma prima di scomparire il giornalista sta attraversando un momento professionalmente difficile. Da un paio d’anni non si occupa più di mafia. Ha cercato di trasferirsi a Roma, a “Paese Sera”, ma senza riuscirci. Forse è anche per questo che nei giorni precedenti la sua fine il giornalista a più di una persona dice di aver per le mani “qualcosa di grosso” che lo rilancerà...

    Quel “qualcosa” riguarda le sue indagini sugli ultimi due di vita di Enrico Mattei. Lo riferisce all’editore e libraio Fausto Fiaccovio, lo confida a un’amica architetto, ne accenna alla figlia Junia, ne parla con il collega dell’ANSA Lucio Galluzzo a cui dice che si sta occupando “di un soggetto per un film di Rosi”. E poi aggiunge: “E’ una cosa grossa, molto grossa. Roba da far tremare l’Italia”.

    Le piste sulla scomparsa di De Mauro che carabinieri e polizia seguono sono assolutamente divergenti; è singolare che delle indagini si interessino tre investigatori di primo piano che verranno tutti uccisi tra il 1979 e il 1982: il capitano dei carabinieri Giuseppe Russo, il commissario della mobile Boris Giuliano e il comandante della legione dell’Arma Carlo Alberto dalla Chiesa.

    Secondo i carabinieri, il giornalista nel suo lavoro sarebbe incappato in un grosso traffico di droga e per questo sarebbe stato eliminato dalla mafia. Ed è questa l’ipotesi sostenuta di recente anche dal pentito Gaspare Mutolo, il quale ha riferito ai magistrati che De Mauro venne strangolato da killer di Stefano Bontate, il capo della “mafia perdente”, ucciso dai Corleonesi di Totò Riina nel corso della “guerra di mafia” esplosa agli inizi degli anni Ottanta.

    La polizia punta invece, anche se con molta prudenza, sulla “pista Mattei”. Ci sono infatti tre sparizioni tra il materiale che il giornalista conservava per il suo lavoro che appaiono allarmanti: nel cassetto della sua scrivania in redazione, che appare forzato, non si trovano più il nastro magnetico con la registrazione della manifestazione di Gagliano cui Mattei partecipò, mentre dal bloc-notes con gli appunti sono state strappate due pagine e mancano anche altri fogli di appunti più recenti, quelli che riguardano gli incontri avuti nella preparazione dei lavoro per Rosi.

    C’è un sospetto forte, un’ipotesi che non sarà mai approfondita. In quel nastro e in quei fogli di appunti spariti potrebbe esserci la soluzione di due gialli: la morte di Mattei e la stessa scomparsa di De Mauro...

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    Inoltre, se desideri approfondire tutti i retroscena più oscuri dietro le menti dei più famosi serial killer italiani, da oggi puoi farlo! Ascolta subito la puntata di “No Pasa Noche” sul profilo psichiatrico di Annamaria Franzoni: https://open.spotify.com/episode/5jwK1B9JGSTFwcd8kvGodC?si=F5jf-d0OQqqrEbxlhcPPrg

  • La storia controversa dei rapporti segreti fra Italia e Stati Uniti viene raccontata a partire da tre episodi apparentemente slegati fra loro: il 4 luglio 1978, giorno in cui il commissario capo Graziano Gori muore vittima di un incidente frontale; il 15 febbraio 1975, giorno in cui Ronald Stark (sotto lo pseudonimo Terence Abbot), trovato in possesso di una valigetta contenente valuta straniera, stupefacenti, documenti e chiavi di una cassetta di sicurezza di Roma, viene arrestato a Bologna; il 3 febbraio 1998, giorno del tragico incidente della funivia del Cermis, in Val di Fiemme, in cui un aereo militare statunitense tranciò il cavo della funivia uccidendone i 20 passeggeri.

    Ho recentemente rilasciato la mia prima intervista in esclusiva su Twitch. Puoi recuperarla qui (il mio intervento inizia dopo un’ora e 5 minuti di video): https://www.twitch.tv/videos/851996665

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  • Dr. Pierre Kory is an ICU and lung specialist who is an expert on the use of the drug ivermectin to treat COVID-19. Bret Weinstein is an evolutionary biologist, visiting fellow at Princeton, host of the DarkHorse podcast, and co-author (with his wife, Heather Heying) of the forthcoming "A Hunter-Gatherer's Guide to the 21st Century."

  • 'The Stew Peters Show' July 21, 2021 - Please consider supporting the platform by wearing the 100% USA Made StewPeters.tv shirt and helping to introduce fellow Americans to our platform of truth! Go to: www.StewPeters.shop

  • Leonarda Cianciulli è stata una serial killer italiana, passata alla storia come "la saponificatrice di Correggio" per aver ucciso, tra il 1939 e il 1940, tre donne e averne occultato i cadaveri facendole a pezzi e sciogliendole nella soda caustica.

    Leonarda Cianciulli nasce a Montella, nella provincia campana di Avellino, il 14 aprile 1894. Le cronache di allora la raccontano come una donna socievole che aveva avuto una vita difficile: l’infanzia povera in un paese dell’Irpinia, qualche piccola truffa per sopravvivere, tre aborti, dieci figli morti in fasce e una madre che aveva osteggiato il suo matrimonio ed in punto di morte aveva maledetto lei e tutta la sua prole. 

    Il 23 luglio del 1930 un violento terremoto colpisce l’Irpinia e Leonarda Cianciulli si trasferisce con il marito Raffaele Pansardi a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, dove si guadagna un discreto benessere e una certa fama commerciando in abiti e mobili usati, leggendo le carte e preparando amuleti e pozioni per donne del paese che frequentano numerose la sua casa.

    A far scattare la follia omicida è, come scrive lei stessa nel suo lungo memoriale, la defunta madre Emilia che le appare in sogno minacciosa e terribile; per Leonarda Cianciulli è un segnale evidente: uno dei suoi figli sta per perdere la vita. Nella sua mente malata si fa strada un’unica soluzione possibile: compiere sacrifici umani per placare il demone della madre.

    Rinchiusa in carcere in attesa del processo, scrive le sue memorie in cui racconta minuziosamente i delitti, di come aveva sezionato i corpi, la bollitura nella cucina di casa per fare sparire ogni traccia, e ripete che la sua unica intenzione era di fare sacrifici umani propiziatori per salvare i figli dalla maledizione della madre.

    Con la fine della guerra, il caso della Saponificatrice di Correggio occupa le prime pagine dei giornali nazionali e internazionali, il fatto è clamoroso e il 12 giugno 1946, in un clima di grande attesa, molte persone affollano l’aula della Corte d’Assise di Reggio Emilia per il processo dell’anno. La donna, con un colpo di teatro, si addossa tutta la responsabilità degli omicidi e chiede l’allontanamento del figlio Giuseppe dalla gabbia degli imputati.

    L’accusa insiste con l’omicidio a scopo di rapina ma si oppone la difesa che chiede l’infermità mentale. La Cianciulli per tutti gli interrogatori non smetterà mai di affermare che lei non ha ucciso per interesse ma per allontanare l’incubo della morte dai suoi figli. Il dibattimento del caso Cianciulli dura una decina di udienze e si conclude il 20 luglio 1946: 30 anni per la saponificatrice con il beneficio della semi-infermità mentale, e assoluzione per Giuseppe Pansardi, per insufficienza di prove. Sentenza confermata poi in Cassazione.

    Leonarda Cianciulli passerà il resto della la sua vita nei manicomi criminali di Aversa, Perugia e Pozzuoli, dove farà sempre di tutto per rimanere. Continuerà a cucinare dolci prelibati che nessuno assaggerà, a leggere le carte e a predire il futuro alle detenute come aveva fatto nella sua casa di Correggio e a scrivere lunghe lettere agli amatissimi figli.

    A 76 anni, il 15 ottobre del 1970, Leonarda Cianciulli muore per un’emorragia cerebrale ed il suo cadavere viene sepolto in una fossa comune del cimitero di Pozzuoli.

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  • Propaganda due (meglio nota come P2) era una loggia massonica aderente al Grande Oriente d'Italia (GOI). Venne fondata nel 1877 con il nome di Propaganda massonica, nel periodo della sua conduzione da parte dell'imprenditore Licio Gelli assunse forme deviate rispetto agli statuti della massoneria ed eversive nei confronti dell'ordinamento giuridico italiano. La P2 fu sospesa dal GOI il 26 luglio 1976; successivamente, la Commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia massonica P2 sotto la presidenza del ministro Tina Anselmi concluse il caso P2 denunciando la loggia come una vera e propria «organizzazione criminale» ed «eversiva». Fu sciolta con un'apposita legge, la n°17 del 25 gennaio 1982.

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  • 2 Agosto 1980: alle ore 10.25 nella sala d'aspetto della seconda classe della stazione di Bologna Centrale esplode un ordigno a tempo, contenuto in una valigia abbandonata, uccidendo 85 persone e ferendone oltre 200. È uno degli atti terroristici più gravi del secondo dopoguerra. L'esplosione, che si sente nel raggio di molti chilometri, causa il crollo di un'ala intera della stazione, investendo in pieno il treno Ancona-Chiasso in sosta al primo binario e il parcheggio dei taxi antistante. Si giunge a una sentenza definitiva di Cassazione solo il 23 novembre 1995: sono condannati all'ergastolo quali esecutori dell'attentato i neofascisti dei NAR Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che si sono sempre dichiarati innocenti, mentre l'ex capo della P2 Licio Gelli, l'ex agente del SISMI Francesco Pazienza e gli ufficiali del servizio segreto militare Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte vengono condannati per il depistaggio delle indagini. Il 9 giugno 2000 la Corte d'Assise di Bologna emette nuove condanne per depistaggio. I mandanti della strage non sono mai stati identificati. È in corso il processo contro l'ex terrorista dei NAR Gilberto Cavallini, condannato in primo grado a gennaio 2020 per concorso nella strage di Bologna. Nuovi scenari potrebbero aprirsi sulla strage del 2 agosto 1980...

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